"SFUEI DAL FRIÛL LIBAR - IL GIORNALE DEL FRIULI LIBERO". INDIRIZZO INTERNET http://www.ilgiornaledelfriuli.net EDIZIONE ON LINE DELLA TESTATA ISCRITTA COME GIORNALE QUOTIDIANO ON LINE, A STAMPA, RADIOFONICO E TELEVISIVO NEL REGISTRO DEL TRIBUNALE DI UDINE IN DATA 8 APRILE 2009 AL N. 9/2009. Si pubblica dal 25 novembre 2008. Proprietario: Alberto di Caporiacco. Direttore responsabile: Alberto di Caporiacco. Sede di rappresentanza in Udine, piazza S. Giacomo 11/16, 2. piano.

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venerdì 10 aprile 2009

CNA FORMA ESPERTI DEL FOTOVOLTAICO - CORSO A UDINE A MAGGIO


FORMARE ESPERTI DEL FOTOVOLTAICO
Un percorso formativo per gli artigiani su come installare e effettuare la manutenzione di un impianto fotovoltaico

Sono sempre più richiesti, in un’edilizia orientata verso il risparmio energetico e l’utilizzo di fonti rinnovabili, gli artigiani competenti e specializzati nel settore del fotovoltaico. CNA Udine, il 12 e 13 maggio, organizza a Udine un percorso formativo ad hoc per la formazione di “esperti” nell’installazione e nella manutenzione dei pannelli fotovoltaici.. Il corso fornirà ai partecipanti (adesioni entro il 6 maggio) una conoscenza approfondita su aspetti tecnici e normativi; avrà una durata totale di 6 ore suddivise in due sessioni e si svolgerà dalle ore 17 alle ore 20 nella sede di via Verona 28/1. Ai corsisti verrà rilasciato un attestato di frequenza.
Durante la prima giornata, dopo un’introduzione generale sulle fonti rinnovabili, si affronteranno gli aspetti tecnici e normativi del fotovoltaico (radiazione solare e l’effetto fotovoltaico, componenti dell’impianto fotovoltaico, collegamenti, criteri di progettazione, ecc.); la seconda giornata tratterà di classificazione (tipologie di impianti fotovoltaici, impianti connessi in rete e non, impianti fissi o ad inseguimento), ed incentivazione (conto energia, contributo in conto capitale, detrazione fiscale, premio energia). A chiusura corso seguiranno delle esercitazioni, con esempi di progettazione e realizzazione di impianti con potenza nominale 3, 20, 75 kWp, e di un impianto fotovoltaico per accedere al premio del Conto Energia.
Informazioni presso segreteria organizzativa: CNA Udine - tel.0432/616916.

CNA FORMA ESPERTI DEL FOTOVOLTAICO - CORSO A UDINE A MAGGIO


FORMARE ESPERTI DEL FOTOVOLTAICO
Un percorso formativo per gli artigiani su come installare e effettuare la manutenzione di un impianto fotovoltaico

Sono sempre più richiesti, in un’edilizia orientata verso il risparmio energetico e l’utilizzo di fonti rinnovabili, gli artigiani competenti e specializzati nel settore del fotovoltaico. CNA Udine, il 12 e 13 maggio, organizza a Udine un percorso formativo ad hoc per la formazione di “esperti” nell’installazione e nella manutenzione dei pannelli fotovoltaici.. Il corso fornirà ai partecipanti (adesioni entro il 6 maggio) una conoscenza approfondita su aspetti tecnici e normativi; avrà una durata totale di 6 ore suddivise in due sessioni e si svolgerà dalle ore 17 alle ore 20 nella sede di via Verona 28/1. Ai corsisti verrà rilasciato un attestato di frequenza.
Durante la prima giornata, dopo un’introduzione generale sulle fonti rinnovabili, si affronteranno gli aspetti tecnici e normativi del fotovoltaico (radiazione solare e l’effetto fotovoltaico, componenti dell’impianto fotovoltaico, collegamenti, criteri di progettazione, ecc.); la seconda giornata tratterà di classificazione (tipologie di impianti fotovoltaici, impianti connessi in rete e non, impianti fissi o ad inseguimento), ed incentivazione (conto energia, contributo in conto capitale, detrazione fiscale, premio energia). A chiusura corso seguiranno delle esercitazioni, con esempi di progettazione e realizzazione di impianti con potenza nominale 3, 20, 75 kWp, e di un impianto fotovoltaico per accedere al premio del Conto Energia.
Informazioni presso segreteria organizzativa: CNA Udine - tel.0432/616916.

CNA FORMA ESPERTI DEL FOTOVOLTAICO - CORSO A UDINE A MAGGIO


FORMARE ESPERTI DEL FOTOVOLTAICO
Un percorso formativo per gli artigiani su come installare e effettuare la manutenzione di un impianto fotovoltaico

Sono sempre più richiesti, in un’edilizia orientata verso il risparmio energetico e l’utilizzo di fonti rinnovabili, gli artigiani competenti e specializzati nel settore del fotovoltaico. CNA Udine, il 12 e 13 maggio, organizza a Udine un percorso formativo ad hoc per la formazione di “esperti” nell’installazione e nella manutenzione dei pannelli fotovoltaici.. Il corso fornirà ai partecipanti (adesioni entro il 6 maggio) una conoscenza approfondita su aspetti tecnici e normativi; avrà una durata totale di 6 ore suddivise in due sessioni e si svolgerà dalle ore 17 alle ore 20 nella sede di via Verona 28/1. Ai corsisti verrà rilasciato un attestato di frequenza.
Durante la prima giornata, dopo un’introduzione generale sulle fonti rinnovabili, si affronteranno gli aspetti tecnici e normativi del fotovoltaico (radiazione solare e l’effetto fotovoltaico, componenti dell’impianto fotovoltaico, collegamenti, criteri di progettazione, ecc.); la seconda giornata tratterà di classificazione (tipologie di impianti fotovoltaici, impianti connessi in rete e non, impianti fissi o ad inseguimento), ed incentivazione (conto energia, contributo in conto capitale, detrazione fiscale, premio energia). A chiusura corso seguiranno delle esercitazioni, con esempi di progettazione e realizzazione di impianti con potenza nominale 3, 20, 75 kWp, e di un impianto fotovoltaico per accedere al premio del Conto Energia.
Informazioni presso segreteria organizzativa: CNA Udine - tel.0432/616916.

ASSEGNATA BORSA DI STUDIO ANTONIO RIZZI-EDIL FRIULI


La vincitrice è la ventitreenne Giulia Tagliabue
BORSA DI STUDIO “ANTONIO RIZZI” ASSEGNATA
A STUDENTESSA DI INGEGNERIA MECCANICA
Iniziativa promossa dalla Edil Friuli in ricordo del fondatore
Pubblicato il bando 2008/2009 per due premi da 4.200 euro

Udine, 10 aprile 2009 – È Giulia Tagliabue, iscritta al corso di laurea specialistica in Ingegneria meccanica dell’università di Udine la vincitrice della borsa di studio del valore di 4.200 euro intitolata ad Antonio Rizzi, fondatore del gruppo Edil Friuli. La ventitreenne trevigiana è risultata vincitrice «essendosi distinta – spiegano i componenti della commissione giudicatrice, Carlo Nonino e Giovanni Cortella della facoltà di Ingegneria e l’ingegner Giandomenico Merlo - per il numero di esami sostenuti con eccellente profitto nell’anno accademico 2007/2008».
Il premio, promosso dalla Edil Friuli spa, è giunto alla diciottesima edizione. «Un’iniziativa pluriennale – ha sottolineato Nonino, ringraziando la famiglia Rizzi – che da sempre svolge l’importante funzione di attrarre studenti di valore verso il settore di studio dell’energetica, che sta assumendo un’importanza sempre crescente». Il premio, riservato agli studenti dei corsi di laurea specialistica in ingegneria meccanica, è da quest’anno esteso anche agli studenti del corso in Ingegneria civile dell’ateneo di Udine. «L’iniziativa – ha ricordato Massimo Rizzi – sarà assicurata nel tempo dall’Edil Friuli, perseguendo l’intento di premiare i risultati ottenuti dagli studenti più volenterosi».
In particolare, per l’anno accademico 2008/2009 l’Edil Friuli ha messo a disposizione degli studenti dell’università di Udine dei corsi di laurea specialistica in Ingegneria meccanica e civile due borse di studio del valore di 4.200 euro ciascuna. Esse saranno assegnate sulla base del merito scolastico agli studenti che presenteranno domanda entro il prossimo 15 maggio. Banco di concorso e facsimile della domanda sono reperibili on line all’indirizzo www.uniud.it alla voce “servizi studenti”, “borse e premi”.

ASSEGNATA BORSA DI STUDIO ANTONIO RIZZI-EDIL FRIULI


La vincitrice è la ventitreenne Giulia Tagliabue
BORSA DI STUDIO “ANTONIO RIZZI” ASSEGNATA
A STUDENTESSA DI INGEGNERIA MECCANICA
Iniziativa promossa dalla Edil Friuli in ricordo del fondatore
Pubblicato il bando 2008/2009 per due premi da 4.200 euro

Udine, 10 aprile 2009 – È Giulia Tagliabue, iscritta al corso di laurea specialistica in Ingegneria meccanica dell’università di Udine la vincitrice della borsa di studio del valore di 4.200 euro intitolata ad Antonio Rizzi, fondatore del gruppo Edil Friuli. La ventitreenne trevigiana è risultata vincitrice «essendosi distinta – spiegano i componenti della commissione giudicatrice, Carlo Nonino e Giovanni Cortella della facoltà di Ingegneria e l’ingegner Giandomenico Merlo - per il numero di esami sostenuti con eccellente profitto nell’anno accademico 2007/2008».
Il premio, promosso dalla Edil Friuli spa, è giunto alla diciottesima edizione. «Un’iniziativa pluriennale – ha sottolineato Nonino, ringraziando la famiglia Rizzi – che da sempre svolge l’importante funzione di attrarre studenti di valore verso il settore di studio dell’energetica, che sta assumendo un’importanza sempre crescente». Il premio, riservato agli studenti dei corsi di laurea specialistica in ingegneria meccanica, è da quest’anno esteso anche agli studenti del corso in Ingegneria civile dell’ateneo di Udine. «L’iniziativa – ha ricordato Massimo Rizzi – sarà assicurata nel tempo dall’Edil Friuli, perseguendo l’intento di premiare i risultati ottenuti dagli studenti più volenterosi».
In particolare, per l’anno accademico 2008/2009 l’Edil Friuli ha messo a disposizione degli studenti dell’università di Udine dei corsi di laurea specialistica in Ingegneria meccanica e civile due borse di studio del valore di 4.200 euro ciascuna. Esse saranno assegnate sulla base del merito scolastico agli studenti che presenteranno domanda entro il prossimo 15 maggio. Banco di concorso e facsimile della domanda sono reperibili on line all’indirizzo www.uniud.it alla voce “servizi studenti”, “borse e premi”.

ASSEGNATA BORSA DI STUDIO ANTONIO RIZZI-EDIL FRIULI


La vincitrice è la ventitreenne Giulia Tagliabue
BORSA DI STUDIO “ANTONIO RIZZI” ASSEGNATA
A STUDENTESSA DI INGEGNERIA MECCANICA
Iniziativa promossa dalla Edil Friuli in ricordo del fondatore
Pubblicato il bando 2008/2009 per due premi da 4.200 euro

Udine, 10 aprile 2009 – È Giulia Tagliabue, iscritta al corso di laurea specialistica in Ingegneria meccanica dell’università di Udine la vincitrice della borsa di studio del valore di 4.200 euro intitolata ad Antonio Rizzi, fondatore del gruppo Edil Friuli. La ventitreenne trevigiana è risultata vincitrice «essendosi distinta – spiegano i componenti della commissione giudicatrice, Carlo Nonino e Giovanni Cortella della facoltà di Ingegneria e l’ingegner Giandomenico Merlo - per il numero di esami sostenuti con eccellente profitto nell’anno accademico 2007/2008».
Il premio, promosso dalla Edil Friuli spa, è giunto alla diciottesima edizione. «Un’iniziativa pluriennale – ha sottolineato Nonino, ringraziando la famiglia Rizzi – che da sempre svolge l’importante funzione di attrarre studenti di valore verso il settore di studio dell’energetica, che sta assumendo un’importanza sempre crescente». Il premio, riservato agli studenti dei corsi di laurea specialistica in ingegneria meccanica, è da quest’anno esteso anche agli studenti del corso in Ingegneria civile dell’ateneo di Udine. «L’iniziativa – ha ricordato Massimo Rizzi – sarà assicurata nel tempo dall’Edil Friuli, perseguendo l’intento di premiare i risultati ottenuti dagli studenti più volenterosi».
In particolare, per l’anno accademico 2008/2009 l’Edil Friuli ha messo a disposizione degli studenti dell’università di Udine dei corsi di laurea specialistica in Ingegneria meccanica e civile due borse di studio del valore di 4.200 euro ciascuna. Esse saranno assegnate sulla base del merito scolastico agli studenti che presenteranno domanda entro il prossimo 15 maggio. Banco di concorso e facsimile della domanda sono reperibili on line all’indirizzo www.uniud.it alla voce “servizi studenti”, “borse e premi”.

martedì 10 marzo 2009

SPECIALE RIGASSIFICATORI. NONA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)



Dopo aver evidenziato alcune delle posizioni contrarie ai rigassificatori, nell’ottica del pluralismo del nostro giornale vogliamo oggi parlare di chi invece sostiene i progetti.
Ci riferiamo in particolar modo al Comune di Trieste, agli industriali e all’associazione “Tecnosophia”.
Il Comune di Trieste, per bocca del sindaco Roberto Dipiazza, spinge affinché nella gestione dell’impianto di Zaule venga fatta entrare la multiutility ACEGAS-APS, di cui è socio di maggioranza, con una percentuale di azioni di almeno il 15-20%. In ogni caso il Comune sottolinea con forza sia la creazione di nuovi posti di lavoro che l’impianto comporterà, sia la bonifica di parte del Sito Inquinato di Interesse Nazionale, sia la richiesta fatta nei confronti della società proponente Gas Natural delle cosiddette “royalties”, un emolumento fisso da versare nelle casse del Comune ogni metro cubo di gas prodotto.
Riguardo a questi presunti aspetti positivi, non è ancora chiaro però se come “contropartita” per tenersi il mostro in casa ne deriverebbe una diminuzione del prezzo del gas per gli utenti privati.
Per quanto riguarda il punto di vista degli industriali, vengono messi sul piatto due aspetti principali: il primo è la creazione di una cosiddetta “catena del freddo”, ovverosia la creazione di nuove industrie che possano sfruttare, con opportuni accorgimenti, il freddo generato dall’impianto per rigassificare il GNL. La seconda – non certo di minore importanza – è la possibilità di avere il gas ad un prezzo concorrenziale, elemento che andrebbe ad incidere in maniera positiva sulle spese relative ai processi produttivi.
Infine citiamo l’associazione triestina ONLUS “Tecnosophia” presieduta da Christina Sponza. L’associazione, “fermo restando che debbano essere scrupolosamente ottemperate tutte le condizioni di rispetto delle normative ambientali e di sicurezza” ritiene utile “ribadire la necessità per l’Italia di sfruttare gas proveniente da Paesi il più possibile diversificati, al fine di sottrarci dall’univoco legame con gli attuali principali fornitori (Algeria e Russia);sostenere la diffusione di impianti di rigassificazione che consentano di utilizzare il Gas Naturale Liquefatto, più facilmente trasportabile anche da Stati non collegati tramite gasdotto;responsabilizzare, con la nostra testimonianza, gli enti locali ed i cittadini affinché non prevalgano logiche “non nel mio giardino” ma si collabori agli interessi dell’intera nazione”.
A livello istituzionale va detto comunque che per il rigassificatore di Zaule il Ministero dell’Ambiente ha già dato il suo assenso, così come la Capitaneria di Porto di Trieste e la Soprintendenza, anche se in quest’ultimo caso va comunque detto che il parere positivo – risalente al 4 dicembre 2008 – è condizionato da alcune prescrizioni: i due serbatoi andranno spostati dalle aree verdi presenti e andranno parzialmente interrati in modo da non superare l’altezza fuori terra di venti metri, mentre la linea di costa non potrà essere modificata e conseguentemente le opere a mare andranno arretrate riducendo in tal modo la loro lunghezza di circa la metà. In ogni caso la stessa Soprintendenza ha ribadito che andrà rispettata anche la volontà della Slovenia, che si è però ampiamente opposta al progetto.

SPECIALE RIGASSIFICATORI. NONA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)



Dopo aver evidenziato alcune delle posizioni contrarie ai rigassificatori, nell’ottica del pluralismo del nostro giornale vogliamo oggi parlare di chi invece sostiene i progetti.
Ci riferiamo in particolar modo al Comune di Trieste, agli industriali e all’associazione “Tecnosophia”.
Il Comune di Trieste, per bocca del sindaco Roberto Dipiazza, spinge affinché nella gestione dell’impianto di Zaule venga fatta entrare la multiutility ACEGAS-APS, di cui è socio di maggioranza, con una percentuale di azioni di almeno il 15-20%. In ogni caso il Comune sottolinea con forza sia la creazione di nuovi posti di lavoro che l’impianto comporterà, sia la bonifica di parte del Sito Inquinato di Interesse Nazionale, sia la richiesta fatta nei confronti della società proponente Gas Natural delle cosiddette “royalties”, un emolumento fisso da versare nelle casse del Comune ogni metro cubo di gas prodotto.
Riguardo a questi presunti aspetti positivi, non è ancora chiaro però se come “contropartita” per tenersi il mostro in casa ne deriverebbe una diminuzione del prezzo del gas per gli utenti privati.
Per quanto riguarda il punto di vista degli industriali, vengono messi sul piatto due aspetti principali: il primo è la creazione di una cosiddetta “catena del freddo”, ovverosia la creazione di nuove industrie che possano sfruttare, con opportuni accorgimenti, il freddo generato dall’impianto per rigassificare il GNL. La seconda – non certo di minore importanza – è la possibilità di avere il gas ad un prezzo concorrenziale, elemento che andrebbe ad incidere in maniera positiva sulle spese relative ai processi produttivi.
Infine citiamo l’associazione triestina ONLUS “Tecnosophia” presieduta da Christina Sponza. L’associazione, “fermo restando che debbano essere scrupolosamente ottemperate tutte le condizioni di rispetto delle normative ambientali e di sicurezza” ritiene utile “ribadire la necessità per l’Italia di sfruttare gas proveniente da Paesi il più possibile diversificati, al fine di sottrarci dall’univoco legame con gli attuali principali fornitori (Algeria e Russia);sostenere la diffusione di impianti di rigassificazione che consentano di utilizzare il Gas Naturale Liquefatto, più facilmente trasportabile anche da Stati non collegati tramite gasdotto;responsabilizzare, con la nostra testimonianza, gli enti locali ed i cittadini affinché non prevalgano logiche “non nel mio giardino” ma si collabori agli interessi dell’intera nazione”.
A livello istituzionale va detto comunque che per il rigassificatore di Zaule il Ministero dell’Ambiente ha già dato il suo assenso, così come la Capitaneria di Porto di Trieste e la Soprintendenza, anche se in quest’ultimo caso va comunque detto che il parere positivo – risalente al 4 dicembre 2008 – è condizionato da alcune prescrizioni: i due serbatoi andranno spostati dalle aree verdi presenti e andranno parzialmente interrati in modo da non superare l’altezza fuori terra di venti metri, mentre la linea di costa non potrà essere modificata e conseguentemente le opere a mare andranno arretrate riducendo in tal modo la loro lunghezza di circa la metà. In ogni caso la stessa Soprintendenza ha ribadito che andrà rispettata anche la volontà della Slovenia, che si è però ampiamente opposta al progetto.

SPECIALE RIGASSIFICATORI. NONA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)



Dopo aver evidenziato alcune delle posizioni contrarie ai rigassificatori, nell’ottica del pluralismo del nostro giornale vogliamo oggi parlare di chi invece sostiene i progetti.
Ci riferiamo in particolar modo al Comune di Trieste, agli industriali e all’associazione “Tecnosophia”.
Il Comune di Trieste, per bocca del sindaco Roberto Dipiazza, spinge affinché nella gestione dell’impianto di Zaule venga fatta entrare la multiutility ACEGAS-APS, di cui è socio di maggioranza, con una percentuale di azioni di almeno il 15-20%. In ogni caso il Comune sottolinea con forza sia la creazione di nuovi posti di lavoro che l’impianto comporterà, sia la bonifica di parte del Sito Inquinato di Interesse Nazionale, sia la richiesta fatta nei confronti della società proponente Gas Natural delle cosiddette “royalties”, un emolumento fisso da versare nelle casse del Comune ogni metro cubo di gas prodotto.
Riguardo a questi presunti aspetti positivi, non è ancora chiaro però se come “contropartita” per tenersi il mostro in casa ne deriverebbe una diminuzione del prezzo del gas per gli utenti privati.
Per quanto riguarda il punto di vista degli industriali, vengono messi sul piatto due aspetti principali: il primo è la creazione di una cosiddetta “catena del freddo”, ovverosia la creazione di nuove industrie che possano sfruttare, con opportuni accorgimenti, il freddo generato dall’impianto per rigassificare il GNL. La seconda – non certo di minore importanza – è la possibilità di avere il gas ad un prezzo concorrenziale, elemento che andrebbe ad incidere in maniera positiva sulle spese relative ai processi produttivi.
Infine citiamo l’associazione triestina ONLUS “Tecnosophia” presieduta da Christina Sponza. L’associazione, “fermo restando che debbano essere scrupolosamente ottemperate tutte le condizioni di rispetto delle normative ambientali e di sicurezza” ritiene utile “ribadire la necessità per l’Italia di sfruttare gas proveniente da Paesi il più possibile diversificati, al fine di sottrarci dall’univoco legame con gli attuali principali fornitori (Algeria e Russia);sostenere la diffusione di impianti di rigassificazione che consentano di utilizzare il Gas Naturale Liquefatto, più facilmente trasportabile anche da Stati non collegati tramite gasdotto;responsabilizzare, con la nostra testimonianza, gli enti locali ed i cittadini affinché non prevalgano logiche “non nel mio giardino” ma si collabori agli interessi dell’intera nazione”.
A livello istituzionale va detto comunque che per il rigassificatore di Zaule il Ministero dell’Ambiente ha già dato il suo assenso, così come la Capitaneria di Porto di Trieste e la Soprintendenza, anche se in quest’ultimo caso va comunque detto che il parere positivo – risalente al 4 dicembre 2008 – è condizionato da alcune prescrizioni: i due serbatoi andranno spostati dalle aree verdi presenti e andranno parzialmente interrati in modo da non superare l’altezza fuori terra di venti metri, mentre la linea di costa non potrà essere modificata e conseguentemente le opere a mare andranno arretrate riducendo in tal modo la loro lunghezza di circa la metà. In ogni caso la stessa Soprintendenza ha ribadito che andrà rispettata anche la volontà della Slovenia, che si è però ampiamente opposta al progetto.

venerdì 6 marzo 2009

SPECIALE RIGASSIFICATORI. OTTAVA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)



Evidenziate le peculiarità dei due progetti degli impianti di rigassificazione nella nostra Regione, vogliamo oggi dare spazio ad associazioni e comitati che hanno manifestato la loro contrarietà ai progetti.
Innanzitutto va messa in risalto la posizione del WWF (World Wildlife Fund) che attraverso la sua sezione regionale ha prodotto una consistente documentazione a sfavore dei rigassificatori, presentata dal suo Presidente Vinicio Collavini in varie occasioni sia alla stampa, sia all’opinione pubblica.
Riguardo al rigassificatore in mezzo al Golfo di Trieste il WWF pone innanzitutto l’accento sui problemi che potrebbero derivare alla fauna locale (“rischio di impatti negativi rilevanti sull’ambiente marino per gli elevati volumi di acqua fredda e clorata che verrebbero scaricati durante l’intero ciclo di vita dell’impianto”, “mancata considerazione del pregio ambientale del SIN (Sito di Importanza Nazionale – n.d.a.) “Velme del Golameto””) e non si dichiara soprattutto soddisfatto dell’assenza di indicazione delle opere di compensazione e di ripristino previste per le aree di interesse agricolo-paesaggistico coinvolte dalle opere di sbancamento per la posa della condotta dallo spiaggiamento fino al nodo di rete di Villesse.
In secondo luogo vi è un importante richiamo alla mancanza di un indirizzo programmatico relativo alla produzione di energia a livello nazionale, con particolare riferimento alla stesura del Piano Energetico, sia nazionale che regionale, in cui inserire tali progetti alla luce di reali e pienamente giustificate necessità di realizzazione, pena un’irrazionale localizzazione degli stessi.
Il “Comitato per la Salvaguardia del Golfo di Trieste”, attraverso il suo addetto stampa Arnaldo Scrocco e attraverso il segretario Giorgio Jercog, sostiene che “vogliono rifilarci i rigassificatori non perché ce ne sia bisogno, ma per l’enorme giro di miliardi che “l’operazione rigassificatori” rappresenta non solo per Trieste, ma per ben undici siti delle coste italiane”; in particolare il Comitato punta il dito contro la mancanza di un serio programma di approvvigionamento energetico a lungo termine, che possa in qualche modo portare in chiara evidenza la necessità di infrastrutture come i rigassificatori. “In realtà” – afferma il Comitato – “abbiamo fondato motivo di credere che non siano necessari tutti questi rigassificatori, dal momento che ci potrebbe essere il serio rischio di trovarsi senza gas da acquistare”.
Riguardo al rigassificatore di Zaule la posizione del Comitato è nettamente contraria, soprattutto per la sua vicinanza con centri abitati: “secondo uno studio voluto nel 2003 della città di Oxnard in California (150mila abitanti), nel caso del peggiore incidente, una nube di gas incendiario si spingerebbe fino a 30 miglia (55 chilometri) distruggendo tutto nel suo cammino e causando migliaia di morti, mentre secondo un altro studio preparato per il Pentagono l'energia contenuta in una gasiera di media grandezza è equivalente a quella di diverse bombe atomiche. Non dimentichiamoci inoltre che parliamo di possibili obiettivi terroristici.”
Inoltre lo stesso Comitato pone l’accento – per il rigassificatore di Zaule – sulla possibile svalutazione degli immobili più vicini all’insediamento, valutata in un ordine di grandezza tra il trenta e il cinquanta percento.
Analoghe posizioni contrarie ai progetti sono state espresse da Greenaction Transnational, Legambiente, il Comitato No Terminal di Monfalcone, l’organizzazione slovena Mladina, dal Consorzio Ittico del Golfo di Trieste, dal’A.G.C.I. Pesca e da tutti i Comuni costieri della nostra Regione e della vicina Slovenia.
Una menzione d’onore va infine fatta nei confronti del geologo triestino Livio Sirovich, che si è battuto molto per esprimere la sua contrarietà nei confronti dei progetti: tra le sue varie trattazioni – apparse anche sulla stampa locale – va evidenziato come abbia messo in risalto due aspetti particolarmente inquietanti della documentazione del progetto per il rigassificatore di Zaule. Il primo riguarda l’ufficialità del progetto stesso: “In genere, a pie’ pagina compaiono le indicazioni «PREPARATO», «CONTROLLATO», «APPROVATO» associate a semplici cognomi privi di nome e di qualifica professionale. A parte rarissimi casi di documentazioni allegate, non si rinvengono firme autografe o dati di iscrizioni ad Albi. A chi scrive sembrerebbe che tali caratteristiche rendano nulla gran parte della documentazione. Pare inoltre che tali cognomi corrispondano a dipendenti, soci o consulenti della Medea Engineering S.A., che sarebbe una società anonima di diritto lussemburghese con sede a Massagno, Lugano (CH). Non è chiaro se i cognomi e/o la società citati sarebbero abilitati a firmare documentazione progettuale come quella di cui trattasi (posto che, comunque, allo stato pare che non l’abbiano fatto).”
Il secondo aspetto riguarda i dati di partenza su cui si fonda buona parte del progetto: “Le condizioni più sfavorevoli (per il rimescolamento dell’acqua fredda reimmessa in mare dall’impianto – n.d.a.) erano quelle invernali in cui notoriamente, anche a causa della bora, capita che tutta la baia si raffreddi e sul fondo si raggiungano anche i 6 gradi (l’impianto deve sempre attingere acqua con più di 7 gradi e la restituisce con 5 gradi di meno). Fatto sta che, per i suoi calcoli in condizioni invernali, la società spagnola è partita da un profilo di temperatura per la baia, che dice di aver tratto da un articolo scientifico dell’OGS (publicadas par el OGS de Trieste); e lo presenta. E’ profondo 50 metri (la baia non arriva a 20 metri), ha 9 gradi abbondanti in superficie ed addirittura 11 e mezzo sul fondo; condizione che agevola il naturale rimescolamento delle acque. Purtroppo l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale - OGS ha smentito nel modo più netto di avere mai fornito a chicchessia misure simili di temperatura per la Baia di Zaule. In realtà, quei dati di temperatura sono stati copiati dal sito dell’OGS e si tratta solo di un profilo rappresentativo di condizioni invernali medie in Adriatico da Ancona in su.”

SPECIALE RIGASSIFICATORI. OTTAVA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)



Evidenziate le peculiarità dei due progetti degli impianti di rigassificazione nella nostra Regione, vogliamo oggi dare spazio ad associazioni e comitati che hanno manifestato la loro contrarietà ai progetti.
Innanzitutto va messa in risalto la posizione del WWF (World Wildlife Fund) che attraverso la sua sezione regionale ha prodotto una consistente documentazione a sfavore dei rigassificatori, presentata dal suo Presidente Vinicio Collavini in varie occasioni sia alla stampa, sia all’opinione pubblica.
Riguardo al rigassificatore in mezzo al Golfo di Trieste il WWF pone innanzitutto l’accento sui problemi che potrebbero derivare alla fauna locale (“rischio di impatti negativi rilevanti sull’ambiente marino per gli elevati volumi di acqua fredda e clorata che verrebbero scaricati durante l’intero ciclo di vita dell’impianto”, “mancata considerazione del pregio ambientale del SIN (Sito di Importanza Nazionale – n.d.a.) “Velme del Golameto””) e non si dichiara soprattutto soddisfatto dell’assenza di indicazione delle opere di compensazione e di ripristino previste per le aree di interesse agricolo-paesaggistico coinvolte dalle opere di sbancamento per la posa della condotta dallo spiaggiamento fino al nodo di rete di Villesse.
In secondo luogo vi è un importante richiamo alla mancanza di un indirizzo programmatico relativo alla produzione di energia a livello nazionale, con particolare riferimento alla stesura del Piano Energetico, sia nazionale che regionale, in cui inserire tali progetti alla luce di reali e pienamente giustificate necessità di realizzazione, pena un’irrazionale localizzazione degli stessi.
Il “Comitato per la Salvaguardia del Golfo di Trieste”, attraverso il suo addetto stampa Arnaldo Scrocco e attraverso il segretario Giorgio Jercog, sostiene che “vogliono rifilarci i rigassificatori non perché ce ne sia bisogno, ma per l’enorme giro di miliardi che “l’operazione rigassificatori” rappresenta non solo per Trieste, ma per ben undici siti delle coste italiane”; in particolare il Comitato punta il dito contro la mancanza di un serio programma di approvvigionamento energetico a lungo termine, che possa in qualche modo portare in chiara evidenza la necessità di infrastrutture come i rigassificatori. “In realtà” – afferma il Comitato – “abbiamo fondato motivo di credere che non siano necessari tutti questi rigassificatori, dal momento che ci potrebbe essere il serio rischio di trovarsi senza gas da acquistare”.
Riguardo al rigassificatore di Zaule la posizione del Comitato è nettamente contraria, soprattutto per la sua vicinanza con centri abitati: “secondo uno studio voluto nel 2003 della città di Oxnard in California (150mila abitanti), nel caso del peggiore incidente, una nube di gas incendiario si spingerebbe fino a 30 miglia (55 chilometri) distruggendo tutto nel suo cammino e causando migliaia di morti, mentre secondo un altro studio preparato per il Pentagono l'energia contenuta in una gasiera di media grandezza è equivalente a quella di diverse bombe atomiche. Non dimentichiamoci inoltre che parliamo di possibili obiettivi terroristici.”
Inoltre lo stesso Comitato pone l’accento – per il rigassificatore di Zaule – sulla possibile svalutazione degli immobili più vicini all’insediamento, valutata in un ordine di grandezza tra il trenta e il cinquanta percento.
Analoghe posizioni contrarie ai progetti sono state espresse da Greenaction Transnational, Legambiente, il Comitato No Terminal di Monfalcone, l’organizzazione slovena Mladina, dal Consorzio Ittico del Golfo di Trieste, dal’A.G.C.I. Pesca e da tutti i Comuni costieri della nostra Regione e della vicina Slovenia.
Una menzione d’onore va infine fatta nei confronti del geologo triestino Livio Sirovich, che si è battuto molto per esprimere la sua contrarietà nei confronti dei progetti: tra le sue varie trattazioni – apparse anche sulla stampa locale – va evidenziato come abbia messo in risalto due aspetti particolarmente inquietanti della documentazione del progetto per il rigassificatore di Zaule. Il primo riguarda l’ufficialità del progetto stesso: “In genere, a pie’ pagina compaiono le indicazioni «PREPARATO», «CONTROLLATO», «APPROVATO» associate a semplici cognomi privi di nome e di qualifica professionale. A parte rarissimi casi di documentazioni allegate, non si rinvengono firme autografe o dati di iscrizioni ad Albi. A chi scrive sembrerebbe che tali caratteristiche rendano nulla gran parte della documentazione. Pare inoltre che tali cognomi corrispondano a dipendenti, soci o consulenti della Medea Engineering S.A., che sarebbe una società anonima di diritto lussemburghese con sede a Massagno, Lugano (CH). Non è chiaro se i cognomi e/o la società citati sarebbero abilitati a firmare documentazione progettuale come quella di cui trattasi (posto che, comunque, allo stato pare che non l’abbiano fatto).”
Il secondo aspetto riguarda i dati di partenza su cui si fonda buona parte del progetto: “Le condizioni più sfavorevoli (per il rimescolamento dell’acqua fredda reimmessa in mare dall’impianto – n.d.a.) erano quelle invernali in cui notoriamente, anche a causa della bora, capita che tutta la baia si raffreddi e sul fondo si raggiungano anche i 6 gradi (l’impianto deve sempre attingere acqua con più di 7 gradi e la restituisce con 5 gradi di meno). Fatto sta che, per i suoi calcoli in condizioni invernali, la società spagnola è partita da un profilo di temperatura per la baia, che dice di aver tratto da un articolo scientifico dell’OGS (publicadas par el OGS de Trieste); e lo presenta. E’ profondo 50 metri (la baia non arriva a 20 metri), ha 9 gradi abbondanti in superficie ed addirittura 11 e mezzo sul fondo; condizione che agevola il naturale rimescolamento delle acque. Purtroppo l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale - OGS ha smentito nel modo più netto di avere mai fornito a chicchessia misure simili di temperatura per la Baia di Zaule. In realtà, quei dati di temperatura sono stati copiati dal sito dell’OGS e si tratta solo di un profilo rappresentativo di condizioni invernali medie in Adriatico da Ancona in su.”

SPECIALE RIGASSIFICATORI. OTTAVA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)



Evidenziate le peculiarità dei due progetti degli impianti di rigassificazione nella nostra Regione, vogliamo oggi dare spazio ad associazioni e comitati che hanno manifestato la loro contrarietà ai progetti.
Innanzitutto va messa in risalto la posizione del WWF (World Wildlife Fund) che attraverso la sua sezione regionale ha prodotto una consistente documentazione a sfavore dei rigassificatori, presentata dal suo Presidente Vinicio Collavini in varie occasioni sia alla stampa, sia all’opinione pubblica.
Riguardo al rigassificatore in mezzo al Golfo di Trieste il WWF pone innanzitutto l’accento sui problemi che potrebbero derivare alla fauna locale (“rischio di impatti negativi rilevanti sull’ambiente marino per gli elevati volumi di acqua fredda e clorata che verrebbero scaricati durante l’intero ciclo di vita dell’impianto”, “mancata considerazione del pregio ambientale del SIN (Sito di Importanza Nazionale – n.d.a.) “Velme del Golameto””) e non si dichiara soprattutto soddisfatto dell’assenza di indicazione delle opere di compensazione e di ripristino previste per le aree di interesse agricolo-paesaggistico coinvolte dalle opere di sbancamento per la posa della condotta dallo spiaggiamento fino al nodo di rete di Villesse.
In secondo luogo vi è un importante richiamo alla mancanza di un indirizzo programmatico relativo alla produzione di energia a livello nazionale, con particolare riferimento alla stesura del Piano Energetico, sia nazionale che regionale, in cui inserire tali progetti alla luce di reali e pienamente giustificate necessità di realizzazione, pena un’irrazionale localizzazione degli stessi.
Il “Comitato per la Salvaguardia del Golfo di Trieste”, attraverso il suo addetto stampa Arnaldo Scrocco e attraverso il segretario Giorgio Jercog, sostiene che “vogliono rifilarci i rigassificatori non perché ce ne sia bisogno, ma per l’enorme giro di miliardi che “l’operazione rigassificatori” rappresenta non solo per Trieste, ma per ben undici siti delle coste italiane”; in particolare il Comitato punta il dito contro la mancanza di un serio programma di approvvigionamento energetico a lungo termine, che possa in qualche modo portare in chiara evidenza la necessità di infrastrutture come i rigassificatori. “In realtà” – afferma il Comitato – “abbiamo fondato motivo di credere che non siano necessari tutti questi rigassificatori, dal momento che ci potrebbe essere il serio rischio di trovarsi senza gas da acquistare”.
Riguardo al rigassificatore di Zaule la posizione del Comitato è nettamente contraria, soprattutto per la sua vicinanza con centri abitati: “secondo uno studio voluto nel 2003 della città di Oxnard in California (150mila abitanti), nel caso del peggiore incidente, una nube di gas incendiario si spingerebbe fino a 30 miglia (55 chilometri) distruggendo tutto nel suo cammino e causando migliaia di morti, mentre secondo un altro studio preparato per il Pentagono l'energia contenuta in una gasiera di media grandezza è equivalente a quella di diverse bombe atomiche. Non dimentichiamoci inoltre che parliamo di possibili obiettivi terroristici.”
Inoltre lo stesso Comitato pone l’accento – per il rigassificatore di Zaule – sulla possibile svalutazione degli immobili più vicini all’insediamento, valutata in un ordine di grandezza tra il trenta e il cinquanta percento.
Analoghe posizioni contrarie ai progetti sono state espresse da Greenaction Transnational, Legambiente, il Comitato No Terminal di Monfalcone, l’organizzazione slovena Mladina, dal Consorzio Ittico del Golfo di Trieste, dal’A.G.C.I. Pesca e da tutti i Comuni costieri della nostra Regione e della vicina Slovenia.
Una menzione d’onore va infine fatta nei confronti del geologo triestino Livio Sirovich, che si è battuto molto per esprimere la sua contrarietà nei confronti dei progetti: tra le sue varie trattazioni – apparse anche sulla stampa locale – va evidenziato come abbia messo in risalto due aspetti particolarmente inquietanti della documentazione del progetto per il rigassificatore di Zaule. Il primo riguarda l’ufficialità del progetto stesso: “In genere, a pie’ pagina compaiono le indicazioni «PREPARATO», «CONTROLLATO», «APPROVATO» associate a semplici cognomi privi di nome e di qualifica professionale. A parte rarissimi casi di documentazioni allegate, non si rinvengono firme autografe o dati di iscrizioni ad Albi. A chi scrive sembrerebbe che tali caratteristiche rendano nulla gran parte della documentazione. Pare inoltre che tali cognomi corrispondano a dipendenti, soci o consulenti della Medea Engineering S.A., che sarebbe una società anonima di diritto lussemburghese con sede a Massagno, Lugano (CH). Non è chiaro se i cognomi e/o la società citati sarebbero abilitati a firmare documentazione progettuale come quella di cui trattasi (posto che, comunque, allo stato pare che non l’abbiano fatto).”
Il secondo aspetto riguarda i dati di partenza su cui si fonda buona parte del progetto: “Le condizioni più sfavorevoli (per il rimescolamento dell’acqua fredda reimmessa in mare dall’impianto – n.d.a.) erano quelle invernali in cui notoriamente, anche a causa della bora, capita che tutta la baia si raffreddi e sul fondo si raggiungano anche i 6 gradi (l’impianto deve sempre attingere acqua con più di 7 gradi e la restituisce con 5 gradi di meno). Fatto sta che, per i suoi calcoli in condizioni invernali, la società spagnola è partita da un profilo di temperatura per la baia, che dice di aver tratto da un articolo scientifico dell’OGS (publicadas par el OGS de Trieste); e lo presenta. E’ profondo 50 metri (la baia non arriva a 20 metri), ha 9 gradi abbondanti in superficie ed addirittura 11 e mezzo sul fondo; condizione che agevola il naturale rimescolamento delle acque. Purtroppo l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale - OGS ha smentito nel modo più netto di avere mai fornito a chicchessia misure simili di temperatura per la Baia di Zaule. In realtà, quei dati di temperatura sono stati copiati dal sito dell’OGS e si tratta solo di un profilo rappresentativo di condizioni invernali medie in Adriatico da Ancona in su.”

martedì 3 marzo 2009

SPECIALE RIGASSIFICATORI. SETTIMA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)



Nella puntata odierna vogliamo trattare i “pro” e i “contro” del progetto del rigassificatore a terra da realizzarsi nella zona “Ex Esso” a Zaule, nel Comune di Trieste, valutando come per quello precedente impatto visivo, impatto ambientale, impatto sul traffico navale, impatto sulla sicurezza.
L’impatto visivo del terminal on-shore è sicuramente importante: l’altezza fuori terra di quasi 50 metri ed il diametro dei due serbatoi per il contenimento del gas si noterebbero a chilometri di distanza ed andrebbero ad inserirsi in maniera determinante in un panorama che, per quanto ricco di strutture industriali, è abbastanza armonizzato con il paesaggio.
Per l’impatto ambientale vanno fatte le medesime considerazioni sull’utilizzo dell’acqua di mare fatte per il terminal off-shore, precisando comunque che il braccio di mare è molto stretto e non si avrebbe un ricambio d’acqua sufficiente per evitare un repentino raffreddamento dell’acqua. Per questo terminal non è comunque prevista una centrale elettrica a bordo, ma va evidenziata una certa vicinanza con la centrale elettrica della Ferriera, quindi si potrebbe anche qui pensare ad un ciclo chiuso che non utilizzi l’acqua marina.
Riguardo poi al sito dove si andrebbe ad inserire il terminal, esso fa parte del Sito Inquinato di Interesse Nazionale che, in quanto tale, andrà obbligatoriamente bonificato prima di realizzare l’impianto: questo è uno dei presunti vantaggi sbandierati ai quattro venti da tutti i sostenitori del progetto, i quali però non spiegano che la parte che andrebbe bonificata è una minima parte di tutto il sito e comunque non è la parte maggiormente inquinata.
L’impatto sul traffico navale, commerciale, turistico ed ittico è assolutamente non trascurabile. L’accesso al pontile del terminal avverrebbe attraverso il cosiddetto “canale sud” del Porto di Trieste, già ampiamente utilizzato dalle petroliere che vanno ad attraccarsi ad uno dei quattro attracchi al pontile della S.I.O.T., punto iniziale della condotta che porta il greggio in Germania. Il traffico annuale delle petroliere è di circa 450 unità, con un tempo medio di permanenza all’attracco di circa un giorno.
Il pontile del terminal di rigassificazione è a circa 500 metri dal pontile della S.I.O.T. e qui si prevede un traffico annuale di 110 unità. A conti fatti ci sarebbe un aumento del 25% del traffico navale nel “canale sud”, come questo possa essere giudicato “ininfluente” dalla Capitaneria di Porto è un mistero. Altri due problemi derivano dalla manovra di attracco delle metaniere: oltre al passaggio a poche centinaia di metri dall’abitato di Muggia, nel corso di tale manovra il movimento delle eliche porterebbe in sospensione in acqua i materiali depositati sui fondali – profondi al massimo 22 metri – per i quali è stata più volte accertata la natura fortemente inquinante.
Il problema più grosso è comunque quello della sicurezza: trattandosi di un impianto a rischio di incidente rilevante ed essendo, in quanto tale, sottoposto alla “Direttiva Seveso 3”, riteniamo che la posizione scelta sia eccessivamente pericolosa, considerata tanto la breve distanza con zone densamente popolate quali Servola, Borgo San Sergio, Aquilinia e Muggia, quanto la presenza nelle immediate vicinanze di industrie quali la Ferriera di Servola, la Linde Gas S.p.A., la Alder S.p.A., il termovalorizzatore ACEGAS, il terminal a mare dell’oleodotto transalpino S.I.O.T. ed i depositi costieri di carburante. La citata direttiva afferma testualmente che “nelle zone interessate dagli stabilimenti di cui all’articolo 2, comma 1, gli enti territoriali tengono conto, nell’elaborazione degli strumenti di pianificazione dell’assetto del territorio, della necessità di prevedere e mantenere opportune distanze tra gli stabilimenti e le zone residenziali, gli edifici e le zone frequentate dal pubblico, le vie di trasporto principali, […omissis…]”
Ci riesce quindi particolarmente difficile trovare particolari elementi a favore di questo impianto ed anzi, proprio la scelta dell’ubicazione risulta decisamente azzardata e completamente insostenibile.
MARCO TORBIANELLI

SPECIALE RIGASSIFICATORI. SETTIMA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)



Nella puntata odierna vogliamo trattare i “pro” e i “contro” del progetto del rigassificatore a terra da realizzarsi nella zona “Ex Esso” a Zaule, nel Comune di Trieste, valutando come per quello precedente impatto visivo, impatto ambientale, impatto sul traffico navale, impatto sulla sicurezza.
L’impatto visivo del terminal on-shore è sicuramente importante: l’altezza fuori terra di quasi 50 metri ed il diametro dei due serbatoi per il contenimento del gas si noterebbero a chilometri di distanza ed andrebbero ad inserirsi in maniera determinante in un panorama che, per quanto ricco di strutture industriali, è abbastanza armonizzato con il paesaggio.
Per l’impatto ambientale vanno fatte le medesime considerazioni sull’utilizzo dell’acqua di mare fatte per il terminal off-shore, precisando comunque che il braccio di mare è molto stretto e non si avrebbe un ricambio d’acqua sufficiente per evitare un repentino raffreddamento dell’acqua. Per questo terminal non è comunque prevista una centrale elettrica a bordo, ma va evidenziata una certa vicinanza con la centrale elettrica della Ferriera, quindi si potrebbe anche qui pensare ad un ciclo chiuso che non utilizzi l’acqua marina.
Riguardo poi al sito dove si andrebbe ad inserire il terminal, esso fa parte del Sito Inquinato di Interesse Nazionale che, in quanto tale, andrà obbligatoriamente bonificato prima di realizzare l’impianto: questo è uno dei presunti vantaggi sbandierati ai quattro venti da tutti i sostenitori del progetto, i quali però non spiegano che la parte che andrebbe bonificata è una minima parte di tutto il sito e comunque non è la parte maggiormente inquinata.
L’impatto sul traffico navale, commerciale, turistico ed ittico è assolutamente non trascurabile. L’accesso al pontile del terminal avverrebbe attraverso il cosiddetto “canale sud” del Porto di Trieste, già ampiamente utilizzato dalle petroliere che vanno ad attraccarsi ad uno dei quattro attracchi al pontile della S.I.O.T., punto iniziale della condotta che porta il greggio in Germania. Il traffico annuale delle petroliere è di circa 450 unità, con un tempo medio di permanenza all’attracco di circa un giorno.
Il pontile del terminal di rigassificazione è a circa 500 metri dal pontile della S.I.O.T. e qui si prevede un traffico annuale di 110 unità. A conti fatti ci sarebbe un aumento del 25% del traffico navale nel “canale sud”, come questo possa essere giudicato “ininfluente” dalla Capitaneria di Porto è un mistero. Altri due problemi derivano dalla manovra di attracco delle metaniere: oltre al passaggio a poche centinaia di metri dall’abitato di Muggia, nel corso di tale manovra il movimento delle eliche porterebbe in sospensione in acqua i materiali depositati sui fondali – profondi al massimo 22 metri – per i quali è stata più volte accertata la natura fortemente inquinante.
Il problema più grosso è comunque quello della sicurezza: trattandosi di un impianto a rischio di incidente rilevante ed essendo, in quanto tale, sottoposto alla “Direttiva Seveso 3”, riteniamo che la posizione scelta sia eccessivamente pericolosa, considerata tanto la breve distanza con zone densamente popolate quali Servola, Borgo San Sergio, Aquilinia e Muggia, quanto la presenza nelle immediate vicinanze di industrie quali la Ferriera di Servola, la Linde Gas S.p.A., la Alder S.p.A., il termovalorizzatore ACEGAS, il terminal a mare dell’oleodotto transalpino S.I.O.T. ed i depositi costieri di carburante. La citata direttiva afferma testualmente che “nelle zone interessate dagli stabilimenti di cui all’articolo 2, comma 1, gli enti territoriali tengono conto, nell’elaborazione degli strumenti di pianificazione dell’assetto del territorio, della necessità di prevedere e mantenere opportune distanze tra gli stabilimenti e le zone residenziali, gli edifici e le zone frequentate dal pubblico, le vie di trasporto principali, […omissis…]”
Ci riesce quindi particolarmente difficile trovare particolari elementi a favore di questo impianto ed anzi, proprio la scelta dell’ubicazione risulta decisamente azzardata e completamente insostenibile.
MARCO TORBIANELLI

SPECIALE RIGASSIFICATORI. SETTIMA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)



Nella puntata odierna vogliamo trattare i “pro” e i “contro” del progetto del rigassificatore a terra da realizzarsi nella zona “Ex Esso” a Zaule, nel Comune di Trieste, valutando come per quello precedente impatto visivo, impatto ambientale, impatto sul traffico navale, impatto sulla sicurezza.
L’impatto visivo del terminal on-shore è sicuramente importante: l’altezza fuori terra di quasi 50 metri ed il diametro dei due serbatoi per il contenimento del gas si noterebbero a chilometri di distanza ed andrebbero ad inserirsi in maniera determinante in un panorama che, per quanto ricco di strutture industriali, è abbastanza armonizzato con il paesaggio.
Per l’impatto ambientale vanno fatte le medesime considerazioni sull’utilizzo dell’acqua di mare fatte per il terminal off-shore, precisando comunque che il braccio di mare è molto stretto e non si avrebbe un ricambio d’acqua sufficiente per evitare un repentino raffreddamento dell’acqua. Per questo terminal non è comunque prevista una centrale elettrica a bordo, ma va evidenziata una certa vicinanza con la centrale elettrica della Ferriera, quindi si potrebbe anche qui pensare ad un ciclo chiuso che non utilizzi l’acqua marina.
Riguardo poi al sito dove si andrebbe ad inserire il terminal, esso fa parte del Sito Inquinato di Interesse Nazionale che, in quanto tale, andrà obbligatoriamente bonificato prima di realizzare l’impianto: questo è uno dei presunti vantaggi sbandierati ai quattro venti da tutti i sostenitori del progetto, i quali però non spiegano che la parte che andrebbe bonificata è una minima parte di tutto il sito e comunque non è la parte maggiormente inquinata.
L’impatto sul traffico navale, commerciale, turistico ed ittico è assolutamente non trascurabile. L’accesso al pontile del terminal avverrebbe attraverso il cosiddetto “canale sud” del Porto di Trieste, già ampiamente utilizzato dalle petroliere che vanno ad attraccarsi ad uno dei quattro attracchi al pontile della S.I.O.T., punto iniziale della condotta che porta il greggio in Germania. Il traffico annuale delle petroliere è di circa 450 unità, con un tempo medio di permanenza all’attracco di circa un giorno.
Il pontile del terminal di rigassificazione è a circa 500 metri dal pontile della S.I.O.T. e qui si prevede un traffico annuale di 110 unità. A conti fatti ci sarebbe un aumento del 25% del traffico navale nel “canale sud”, come questo possa essere giudicato “ininfluente” dalla Capitaneria di Porto è un mistero. Altri due problemi derivano dalla manovra di attracco delle metaniere: oltre al passaggio a poche centinaia di metri dall’abitato di Muggia, nel corso di tale manovra il movimento delle eliche porterebbe in sospensione in acqua i materiali depositati sui fondali – profondi al massimo 22 metri – per i quali è stata più volte accertata la natura fortemente inquinante.
Il problema più grosso è comunque quello della sicurezza: trattandosi di un impianto a rischio di incidente rilevante ed essendo, in quanto tale, sottoposto alla “Direttiva Seveso 3”, riteniamo che la posizione scelta sia eccessivamente pericolosa, considerata tanto la breve distanza con zone densamente popolate quali Servola, Borgo San Sergio, Aquilinia e Muggia, quanto la presenza nelle immediate vicinanze di industrie quali la Ferriera di Servola, la Linde Gas S.p.A., la Alder S.p.A., il termovalorizzatore ACEGAS, il terminal a mare dell’oleodotto transalpino S.I.O.T. ed i depositi costieri di carburante. La citata direttiva afferma testualmente che “nelle zone interessate dagli stabilimenti di cui all’articolo 2, comma 1, gli enti territoriali tengono conto, nell’elaborazione degli strumenti di pianificazione dell’assetto del territorio, della necessità di prevedere e mantenere opportune distanze tra gli stabilimenti e le zone residenziali, gli edifici e le zone frequentate dal pubblico, le vie di trasporto principali, […omissis…]”
Ci riesce quindi particolarmente difficile trovare particolari elementi a favore di questo impianto ed anzi, proprio la scelta dell’ubicazione risulta decisamente azzardata e completamente insostenibile.
MARCO TORBIANELLI

venerdì 27 febbraio 2009

SPECIALE RIGASSIFICATORI. SESTA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)



Nella puntata odierna vogliamo trattare i “pro” e i “contro” del progetto del rigassificatore “Alpi Adriatico” da realizzarsi in mezzo al Golfo.
Per fare un parallelo con l’altro progetto, di cui parleremo nella prossima puntata, soffermeremo la nostra attenzione su quattro elementi fondamentali: impatto visivo, impatto ambientale, impatto sul traffico navale, impatto sulla sicurezza.
L’impatto visivo del terminal off-shore è da considerarsi da due punti di vista, il primo razionale, il secondo emotivo. Dal punto di vista razionale, basandosi esclusivamente sui foto inserimenti da Muggia e da Grado che sono allegati al progetto, si può affermare che data la distanza di almeno dodici chilometri dalla costa, la presenza del terminal è quasi impercettibile, lo si può tranquillamente “confondere” con una delle tante petroliere o navi cargo che normalmente transitano nel nostro Golfo. Dal punto di vista emotivo è naturalmente impensabile osservare il panorama del nostro Golfo da terra o dal mare con questo “neo” proprio nel mezzo, che per quanto piccolo, mal si colloca e crea sicuramente fastidio e imbarazzo.
L’impatto ambientale va valutato in primo luogo nei confronti delle oasi faunistiche presenti in vicinanza dello spiaggiamento della condotta sottomarina. Per quanto sicuramente nel corso della posa in opera delle tubazioni vi saranno notevoli disagi, si ritiene che ad opera compiuta non vi saranno particolari preclusioni per gli animali di queste zone.
In secondo luogo vanno valutate le conseguenze dell’utilizzo dell’acqua di mare (tema trattato nella puntata precedente) nei confronti della flora e della fauna ittica: per diminuire il prelievo dell’acqua marina si potrebbe utilizzare per la rigassificazione parte del calore prodotto dalla centrale elettrica prevista a bordo della piattaforma (aumentandone eventualmente la potenza elettrica).
Proprio su questo punto si fondano i maggiori dubbi, perché la società proponente è la stessa che è proprietaria della centrale termoelettrica di Monfalcone, per la quale si è già provveduto alla riconversione di un ciclo produttivo da carbone a gas. Non si capisce infatti come mai non si sia pensato di aumentare la potenza prodotta dalla centrale elettrica del terminal, in modo da creare la quantità di calore necessaria per il ciclo di rigassificazione, creando quindi un ciclo chiuso (closed loop) invece del previsto ciclo aperto (open loop). In questo modo, non solo non verrebbe utilizzata l’acqua di mare, ma si potrebbe portare fino alla centrale di Monfalcone l’energia elettrica prodotta in eccesso, unitamente al gas necessario alla produzione in loco di energia elettrica.
Riguardo il traffico marittimo, se è vero che il terminal è previsto in un punto alquanto lontano dalle rotte navali, va sottolineato che il codice internazionale della navigazione prevede distanze minime di una certa consistenza da mantenere nei confronti di una nave metaniera e questo potrebbe creare notevoli problemi alle navi più grandi.
Il problema della sicurezza dell’impianto e dei pericoli derivanti dalle manovre di attracco è di minimo interesse, dal momento che la distanza dai centri abitati è notevole: andranno naturalmente realizzate tutte le necessarie valutazioni per le imbarcazioni di passaggio, che dovranno mantenersi a debita distanza.
Concludendo, al di là dell’impatto visivo e di quanto questo possa incidere sul turismo, non vediamo controindicazioni per questo progetto, soprattutto se potranno venir prese in considerazione le valutazioni inerenti il collegamento del terminal alla centrale elettrica di Monfalcone.

MARCO TORBIANELLI

SPECIALE RIGASSIFICATORI. SESTA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)



Nella puntata odierna vogliamo trattare i “pro” e i “contro” del progetto del rigassificatore “Alpi Adriatico” da realizzarsi in mezzo al Golfo.
Per fare un parallelo con l’altro progetto, di cui parleremo nella prossima puntata, soffermeremo la nostra attenzione su quattro elementi fondamentali: impatto visivo, impatto ambientale, impatto sul traffico navale, impatto sulla sicurezza.
L’impatto visivo del terminal off-shore è da considerarsi da due punti di vista, il primo razionale, il secondo emotivo. Dal punto di vista razionale, basandosi esclusivamente sui foto inserimenti da Muggia e da Grado che sono allegati al progetto, si può affermare che data la distanza di almeno dodici chilometri dalla costa, la presenza del terminal è quasi impercettibile, lo si può tranquillamente “confondere” con una delle tante petroliere o navi cargo che normalmente transitano nel nostro Golfo. Dal punto di vista emotivo è naturalmente impensabile osservare il panorama del nostro Golfo da terra o dal mare con questo “neo” proprio nel mezzo, che per quanto piccolo, mal si colloca e crea sicuramente fastidio e imbarazzo.
L’impatto ambientale va valutato in primo luogo nei confronti delle oasi faunistiche presenti in vicinanza dello spiaggiamento della condotta sottomarina. Per quanto sicuramente nel corso della posa in opera delle tubazioni vi saranno notevoli disagi, si ritiene che ad opera compiuta non vi saranno particolari preclusioni per gli animali di queste zone.
In secondo luogo vanno valutate le conseguenze dell’utilizzo dell’acqua di mare (tema trattato nella puntata precedente) nei confronti della flora e della fauna ittica: per diminuire il prelievo dell’acqua marina si potrebbe utilizzare per la rigassificazione parte del calore prodotto dalla centrale elettrica prevista a bordo della piattaforma (aumentandone eventualmente la potenza elettrica).
Proprio su questo punto si fondano i maggiori dubbi, perché la società proponente è la stessa che è proprietaria della centrale termoelettrica di Monfalcone, per la quale si è già provveduto alla riconversione di un ciclo produttivo da carbone a gas. Non si capisce infatti come mai non si sia pensato di aumentare la potenza prodotta dalla centrale elettrica del terminal, in modo da creare la quantità di calore necessaria per il ciclo di rigassificazione, creando quindi un ciclo chiuso (closed loop) invece del previsto ciclo aperto (open loop). In questo modo, non solo non verrebbe utilizzata l’acqua di mare, ma si potrebbe portare fino alla centrale di Monfalcone l’energia elettrica prodotta in eccesso, unitamente al gas necessario alla produzione in loco di energia elettrica.
Riguardo il traffico marittimo, se è vero che il terminal è previsto in un punto alquanto lontano dalle rotte navali, va sottolineato che il codice internazionale della navigazione prevede distanze minime di una certa consistenza da mantenere nei confronti di una nave metaniera e questo potrebbe creare notevoli problemi alle navi più grandi.
Il problema della sicurezza dell’impianto e dei pericoli derivanti dalle manovre di attracco è di minimo interesse, dal momento che la distanza dai centri abitati è notevole: andranno naturalmente realizzate tutte le necessarie valutazioni per le imbarcazioni di passaggio, che dovranno mantenersi a debita distanza.
Concludendo, al di là dell’impatto visivo e di quanto questo possa incidere sul turismo, non vediamo controindicazioni per questo progetto, soprattutto se potranno venir prese in considerazione le valutazioni inerenti il collegamento del terminal alla centrale elettrica di Monfalcone.

MARCO TORBIANELLI

SPECIALE RIGASSIFICATORI. SESTA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)



Nella puntata odierna vogliamo trattare i “pro” e i “contro” del progetto del rigassificatore “Alpi Adriatico” da realizzarsi in mezzo al Golfo.
Per fare un parallelo con l’altro progetto, di cui parleremo nella prossima puntata, soffermeremo la nostra attenzione su quattro elementi fondamentali: impatto visivo, impatto ambientale, impatto sul traffico navale, impatto sulla sicurezza.
L’impatto visivo del terminal off-shore è da considerarsi da due punti di vista, il primo razionale, il secondo emotivo. Dal punto di vista razionale, basandosi esclusivamente sui foto inserimenti da Muggia e da Grado che sono allegati al progetto, si può affermare che data la distanza di almeno dodici chilometri dalla costa, la presenza del terminal è quasi impercettibile, lo si può tranquillamente “confondere” con una delle tante petroliere o navi cargo che normalmente transitano nel nostro Golfo. Dal punto di vista emotivo è naturalmente impensabile osservare il panorama del nostro Golfo da terra o dal mare con questo “neo” proprio nel mezzo, che per quanto piccolo, mal si colloca e crea sicuramente fastidio e imbarazzo.
L’impatto ambientale va valutato in primo luogo nei confronti delle oasi faunistiche presenti in vicinanza dello spiaggiamento della condotta sottomarina. Per quanto sicuramente nel corso della posa in opera delle tubazioni vi saranno notevoli disagi, si ritiene che ad opera compiuta non vi saranno particolari preclusioni per gli animali di queste zone.
In secondo luogo vanno valutate le conseguenze dell’utilizzo dell’acqua di mare (tema trattato nella puntata precedente) nei confronti della flora e della fauna ittica: per diminuire il prelievo dell’acqua marina si potrebbe utilizzare per la rigassificazione parte del calore prodotto dalla centrale elettrica prevista a bordo della piattaforma (aumentandone eventualmente la potenza elettrica).
Proprio su questo punto si fondano i maggiori dubbi, perché la società proponente è la stessa che è proprietaria della centrale termoelettrica di Monfalcone, per la quale si è già provveduto alla riconversione di un ciclo produttivo da carbone a gas. Non si capisce infatti come mai non si sia pensato di aumentare la potenza prodotta dalla centrale elettrica del terminal, in modo da creare la quantità di calore necessaria per il ciclo di rigassificazione, creando quindi un ciclo chiuso (closed loop) invece del previsto ciclo aperto (open loop). In questo modo, non solo non verrebbe utilizzata l’acqua di mare, ma si potrebbe portare fino alla centrale di Monfalcone l’energia elettrica prodotta in eccesso, unitamente al gas necessario alla produzione in loco di energia elettrica.
Riguardo il traffico marittimo, se è vero che il terminal è previsto in un punto alquanto lontano dalle rotte navali, va sottolineato che il codice internazionale della navigazione prevede distanze minime di una certa consistenza da mantenere nei confronti di una nave metaniera e questo potrebbe creare notevoli problemi alle navi più grandi.
Il problema della sicurezza dell’impianto e dei pericoli derivanti dalle manovre di attracco è di minimo interesse, dal momento che la distanza dai centri abitati è notevole: andranno naturalmente realizzate tutte le necessarie valutazioni per le imbarcazioni di passaggio, che dovranno mantenersi a debita distanza.
Concludendo, al di là dell’impatto visivo e di quanto questo possa incidere sul turismo, non vediamo controindicazioni per questo progetto, soprattutto se potranno venir prese in considerazione le valutazioni inerenti il collegamento del terminal alla centrale elettrica di Monfalcone.

MARCO TORBIANELLI

martedì 24 febbraio 2009

SPECIALE RIGASSIFICATORI. QUINTA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)


Fino ad oggi ci siamo limitati a descrivere in linea generale i terminal di rigassificazione proposti nelle nostre zone e abbiamo fatto il punto sulla situazione attuale della produzione energetica e del mercato internazionale del gas.
Vogliamo ora soffermarci sulle problematiche annesse alla produzione di gas attraverso questi impianti, suddividendole in ambientali, marittime e di sicurezza.
Le problematiche ambientali afferiscono tanto all’atmosfera, quanto al mare.
Riguardo all’atmosfera, in base ad un rapporto dell’EPA (Environmental Protection Agency – Agenzia per la Protezione dell’Ambiente) Americano, "Le caratteristiche chimiche del metano e le interazioni con l’atmosfera concorrono in modo significativo all’effetto serra. […] Il metano (incombusto) produce, a parità di peso, un effetto serra circa 21 volte maggiore di quello prodotto dal biossido di carbonio (CO2).” Questo fa capire che eventuali fughe di gas metano nel processo di rigassificazione – del tutto normali e previste, anche se imprevedibili in quantità – parteciperebbero in maniera non indifferente all’effetto serra, andando quindi in direzione diametralmente opposta agli accordi previsti dal protocollo di Kyoto (va ricordato che gli Stati Uniti d’America non lo hanno sottoscritto, mentre l’Italia si).
Inoltre secondo studi accreditati (Doyle, Energy geopolitics, Scientific American, 2004) il trasferimento del gas naturale via mare con metaniere è un processo che richiede molta energia e implica una gestione costosa e complessa; ogni gasiera di GNL, consumando circa cento tonnellate di carburante al giorno, produce emissioni più nocive di quelle provenienti dalle centrali termiche attualmente in uso.
Riguardo la fauna marina va considerato l’utilizzo di acqua di mare per il processo di rigassificazione: la stessa, una volta ceduto il suo contenuto termico al gas per riscaldarlo, viene immessa nuovamente in mare. Il prelievo di acqua marina, stimato in 38.000 mc/h, porterebbe nel ciclo produttivo una quantità di acqua tale per cui si rende necessario l’utilizzo di 2 p.p.m. (parti per milione) di ipoclorito di sodio (candeggina) per non incrostare le tubature; per fare un paragone si sottolinea che la quantità immessa nelle tubature degli acquedotti è mediamente pari a 0,15 p.p.m.. Tale quantità, una volta immessa, rimane all’interno dell’acqua che viene poi restituita al mare al termine del ciclo produttivo, andando quindi ad inserirsi all’interno dell’ecosistema marino con comprensibili possibili danni a flora e fauna.
L’acqua restituita al mare da parte del ciclo produttivo, inoltre, ha una temperatura di 5°C inferiore rispetto a quando viene prelevata; di conseguenza quest’acqua si dirigerebbe verso i fondali marini, contribuendo a portare verso gli stessi, oltre che uno scambio termico non indifferente, l’ipoclorito di sodio citato in precedenza.
Il problema dell’acqua fredda e dell’ipoclorito di sodio va riferito naturalmente al periodo di funzionamento previsto dell’impianto, ovverosia circa 330 giorni all’anno per trent’anni. Biologi e ricercatori affermano che il Golfo di Trieste, sia per caratteristiche morofologiche, che per caratteristiche di maree, correnti e vento, non garantisce un ricambio d’acqua tale da rendere tale problema ininfluente.
Dal punto di vista del traffico marittimo, tutti i sostenitori di questi impianti e soprattutto le varie Capitanerie di Porto hanno fatto a gara per sottolineare che, nonostante l’elevato numero di navi metaniere che ciascuno dei due impianti porterebbe (senza considerare la possibilità che possano essere realizzati entrambi), non vi sarebbero problemi di integrazione con l’esistente traffico marittimo.
A nostro avviso, considerando la movimentazione di metaniere che un impianto di rigassificazione comporta, risulta difficile pensare che – in un Golfo piccolo e stretto come il nostro – non vi possano essere ripercussioni sul traffico delle navi merci e delle petroliere, per non parlare delle navi da crociera, dei traghetti e di tutte le attività diportistiche private. Tale considerazione viene fatta soprattutto in considerazione dell’elevato sistema di sicurezza che la movimentazione delle metaniere impone, sia durante il loro viaggio, sia durante la loro permanenza all’attracco dell’impianto, che prevede, tra le altre cose, distanze minime non indifferenti da mantenere nei loro confronti.
Riguardo specificatamente alla sicurezza, non sono note le possibili dinamiche e le possibili conseguenze di una fuoriuscita di GNL: ciò impone ai progettisti delle semplificazioni e delle ipotesi puramente teoriche e che, in quanto tali, non possono certo essere esaustive, pur affermando gli stessi che gli impianti di rigassificazione sarebbero (il condizionale è d’obbligo) più sicuri delle centrali nucleari. Ammesso e non concesso che ciò sia vero, va considerato non solo il terminal nel suo normale ciclo di funzionamento, ma tutto l’apparato circostante, con particolare riferimento alle manovre di attracco delle navi metaniere. In questo senso, se un terminal in mezzo al mare può dare sufficienti garanzie in caso di eventi catastrofici, lo stesso non si può certo dire per uno a terra, soprattutto se installato in una zona non adeguatamente lontana da centri abitati o da altri siti industriali.
MARCO TORBIANELLI

SPECIALE RIGASSIFICATORI. QUINTA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)


Fino ad oggi ci siamo limitati a descrivere in linea generale i terminal di rigassificazione proposti nelle nostre zone e abbiamo fatto il punto sulla situazione attuale della produzione energetica e del mercato internazionale del gas.
Vogliamo ora soffermarci sulle problematiche annesse alla produzione di gas attraverso questi impianti, suddividendole in ambientali, marittime e di sicurezza.
Le problematiche ambientali afferiscono tanto all’atmosfera, quanto al mare.
Riguardo all’atmosfera, in base ad un rapporto dell’EPA (Environmental Protection Agency – Agenzia per la Protezione dell’Ambiente) Americano, "Le caratteristiche chimiche del metano e le interazioni con l’atmosfera concorrono in modo significativo all’effetto serra. […] Il metano (incombusto) produce, a parità di peso, un effetto serra circa 21 volte maggiore di quello prodotto dal biossido di carbonio (CO2).” Questo fa capire che eventuali fughe di gas metano nel processo di rigassificazione – del tutto normali e previste, anche se imprevedibili in quantità – parteciperebbero in maniera non indifferente all’effetto serra, andando quindi in direzione diametralmente opposta agli accordi previsti dal protocollo di Kyoto (va ricordato che gli Stati Uniti d’America non lo hanno sottoscritto, mentre l’Italia si).
Inoltre secondo studi accreditati (Doyle, Energy geopolitics, Scientific American, 2004) il trasferimento del gas naturale via mare con metaniere è un processo che richiede molta energia e implica una gestione costosa e complessa; ogni gasiera di GNL, consumando circa cento tonnellate di carburante al giorno, produce emissioni più nocive di quelle provenienti dalle centrali termiche attualmente in uso.
Riguardo la fauna marina va considerato l’utilizzo di acqua di mare per il processo di rigassificazione: la stessa, una volta ceduto il suo contenuto termico al gas per riscaldarlo, viene immessa nuovamente in mare. Il prelievo di acqua marina, stimato in 38.000 mc/h, porterebbe nel ciclo produttivo una quantità di acqua tale per cui si rende necessario l’utilizzo di 2 p.p.m. (parti per milione) di ipoclorito di sodio (candeggina) per non incrostare le tubature; per fare un paragone si sottolinea che la quantità immessa nelle tubature degli acquedotti è mediamente pari a 0,15 p.p.m.. Tale quantità, una volta immessa, rimane all’interno dell’acqua che viene poi restituita al mare al termine del ciclo produttivo, andando quindi ad inserirsi all’interno dell’ecosistema marino con comprensibili possibili danni a flora e fauna.
L’acqua restituita al mare da parte del ciclo produttivo, inoltre, ha una temperatura di 5°C inferiore rispetto a quando viene prelevata; di conseguenza quest’acqua si dirigerebbe verso i fondali marini, contribuendo a portare verso gli stessi, oltre che uno scambio termico non indifferente, l’ipoclorito di sodio citato in precedenza.
Il problema dell’acqua fredda e dell’ipoclorito di sodio va riferito naturalmente al periodo di funzionamento previsto dell’impianto, ovverosia circa 330 giorni all’anno per trent’anni. Biologi e ricercatori affermano che il Golfo di Trieste, sia per caratteristiche morofologiche, che per caratteristiche di maree, correnti e vento, non garantisce un ricambio d’acqua tale da rendere tale problema ininfluente.
Dal punto di vista del traffico marittimo, tutti i sostenitori di questi impianti e soprattutto le varie Capitanerie di Porto hanno fatto a gara per sottolineare che, nonostante l’elevato numero di navi metaniere che ciascuno dei due impianti porterebbe (senza considerare la possibilità che possano essere realizzati entrambi), non vi sarebbero problemi di integrazione con l’esistente traffico marittimo.
A nostro avviso, considerando la movimentazione di metaniere che un impianto di rigassificazione comporta, risulta difficile pensare che – in un Golfo piccolo e stretto come il nostro – non vi possano essere ripercussioni sul traffico delle navi merci e delle petroliere, per non parlare delle navi da crociera, dei traghetti e di tutte le attività diportistiche private. Tale considerazione viene fatta soprattutto in considerazione dell’elevato sistema di sicurezza che la movimentazione delle metaniere impone, sia durante il loro viaggio, sia durante la loro permanenza all’attracco dell’impianto, che prevede, tra le altre cose, distanze minime non indifferenti da mantenere nei loro confronti.
Riguardo specificatamente alla sicurezza, non sono note le possibili dinamiche e le possibili conseguenze di una fuoriuscita di GNL: ciò impone ai progettisti delle semplificazioni e delle ipotesi puramente teoriche e che, in quanto tali, non possono certo essere esaustive, pur affermando gli stessi che gli impianti di rigassificazione sarebbero (il condizionale è d’obbligo) più sicuri delle centrali nucleari. Ammesso e non concesso che ciò sia vero, va considerato non solo il terminal nel suo normale ciclo di funzionamento, ma tutto l’apparato circostante, con particolare riferimento alle manovre di attracco delle navi metaniere. In questo senso, se un terminal in mezzo al mare può dare sufficienti garanzie in caso di eventi catastrofici, lo stesso non si può certo dire per uno a terra, soprattutto se installato in una zona non adeguatamente lontana da centri abitati o da altri siti industriali.
MARCO TORBIANELLI