"SFUEI DAL FRIÛL LIBAR - IL GIORNALE DEL FRIULI LIBERO". INDIRIZZO INTERNET http://www.ilgiornaledelfriuli.net EDIZIONE ON LINE DELLA TESTATA ISCRITTA COME GIORNALE QUOTIDIANO ON LINE, A STAMPA, RADIOFONICO E TELEVISIVO NEL REGISTRO DEL TRIBUNALE DI UDINE IN DATA 8 APRILE 2009 AL N. 9/2009. Si pubblica dal 25 novembre 2008. Proprietario: Alberto di Caporiacco. Direttore responsabile: Alberto di Caporiacco. Sede di rappresentanza in Udine, piazza S. Giacomo 11/16, 2. piano.

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mercoledì 11 marzo 2009

STORIeGIGANTI AL PASOLINI DI CERVIGNANO E AL PALAMOSTRE DI UDINE


IN STORIeGIGANTI: CROCEVIA DEI PERSONAGGI PIÙ FAMOSI: CAPPUCCETTO ROSSO E IL LUPO, ORLANDO E ANGELICA, IL GIGANTE E LA CASA NEL BOSCO, L’ORCO E…I BAMBINI
IN SCENA NELL’AMBITO DI TIG TEATRO PER LE NUOVE GENERAZIONI 08_09
IL 16, 17 E 18 MARZO AL TEATRO PASOLINI DI CERVIGNANO
E IL 19 E IL 20 MARZO AL TEATRO PALAMOSTRE DI UDINE

Spettacolo ricco di personaggi e avventure, STORIeGIGANTI, in scena nell’ambito di TIG Teatro per le nuove generazioni 08_09, lunedì 16, martedì 17 e mercoledì 18 marzo al Teatro Pasolini di Cervignano del Friuli (ore 10.30) e giovedì 19 con una doppia replica (ore 9.15 e 11) e venerdì 20 marzo (ore 10.30) al Teatro Palamostre di Udine.
STORIeGIGANTI è prodotto da il Teatro CREST, Collettivo di Ricerche Espressive e Sperimentazione Teatrale di Taranto, una delle più interessanti e attive realtà impegnate nelle produzioni per le nuove generazioni. Lo spettacolo è diretto da Michelangelo Campanale e Katia Scarimbolo e vede in scena quattro giovani attori Annamaria De Giorgio, Salvatore Marci, Damiano Nirchio e Maristella Tanzi.

C’era una volta un uomo solo e saggio…aveva vissuto prima e dopo… conosceva l’inizio e la fine di tutte le storie. Come un grande burattinaio, teneva tra le pieghe delle sue dita i fili di tutte le fiabe del mondo. Ne era il custode. Spesso accadeva che i bambini tentavano, di cancellare dalle storie gli orchi, le streghe ed i lupi … e allora il Custode si infuriava, sghignazzava e ripeteva la sua lezione a menadito: “Per viver felici e contenti bisogna stringer bene i denti e affrontar a muso duro tutto ciò che è triste e scuro”. Le fiabe, le storie sono custodi di un sapere antico. Come dice Calvino sono vere, “varia casistica di vicende umane, spiegazione generale della vita”. Ogni fiaba è una perla, bella e perfetta perché sedimentata a lungo nei secoli, ci chiama severa, come la vita d’altronde, ad affrontare una prova, a superare pericoli e paure: orchi, streghe, lupi non si possono cancellare. Comprendere le paure è crescere. Senza questa conoscenza nessuno sarebbe capace di attraversare il bosco, la vita senza essere divorato. In Storiegiganti lo spazio scenico diventa uno spazio di gioco reale, in cui é allo scoperto anche il gioco del teatro e gli attori ricercano forme di racconto efficaci, per una favola che sembra essere il crocevia delle storie e dei personaggi più famosi: Cappuccetto Rosso e il lupo, Orlando e Angelica, il Gigante e la casa nel bosco, l’Orco e ...i bambini.



Ufficio stampa e comunicazione del CSS Teatro stabile di innovazione del FVG:
Fabrizia Maggi (fabriziamaggi@cssudine.it) – Luisa Schiratti (luisaschiratti@cssudine.it) – Irene Stumpo (comunicazione@cssudine.it)
tel. 0432504765 www.cssudine.it


STORIeGIGANTI AL PASOLINI DI CERVIGNANO E AL PALAMOSTRE DI UDINE


IN STORIeGIGANTI: CROCEVIA DEI PERSONAGGI PIÙ FAMOSI: CAPPUCCETTO ROSSO E IL LUPO, ORLANDO E ANGELICA, IL GIGANTE E LA CASA NEL BOSCO, L’ORCO E…I BAMBINI
IN SCENA NELL’AMBITO DI TIG TEATRO PER LE NUOVE GENERAZIONI 08_09
IL 16, 17 E 18 MARZO AL TEATRO PASOLINI DI CERVIGNANO
E IL 19 E IL 20 MARZO AL TEATRO PALAMOSTRE DI UDINE

Spettacolo ricco di personaggi e avventure, STORIeGIGANTI, in scena nell’ambito di TIG Teatro per le nuove generazioni 08_09, lunedì 16, martedì 17 e mercoledì 18 marzo al Teatro Pasolini di Cervignano del Friuli (ore 10.30) e giovedì 19 con una doppia replica (ore 9.15 e 11) e venerdì 20 marzo (ore 10.30) al Teatro Palamostre di Udine.
STORIeGIGANTI è prodotto da il Teatro CREST, Collettivo di Ricerche Espressive e Sperimentazione Teatrale di Taranto, una delle più interessanti e attive realtà impegnate nelle produzioni per le nuove generazioni. Lo spettacolo è diretto da Michelangelo Campanale e Katia Scarimbolo e vede in scena quattro giovani attori Annamaria De Giorgio, Salvatore Marci, Damiano Nirchio e Maristella Tanzi.

C’era una volta un uomo solo e saggio…aveva vissuto prima e dopo… conosceva l’inizio e la fine di tutte le storie. Come un grande burattinaio, teneva tra le pieghe delle sue dita i fili di tutte le fiabe del mondo. Ne era il custode. Spesso accadeva che i bambini tentavano, di cancellare dalle storie gli orchi, le streghe ed i lupi … e allora il Custode si infuriava, sghignazzava e ripeteva la sua lezione a menadito: “Per viver felici e contenti bisogna stringer bene i denti e affrontar a muso duro tutto ciò che è triste e scuro”. Le fiabe, le storie sono custodi di un sapere antico. Come dice Calvino sono vere, “varia casistica di vicende umane, spiegazione generale della vita”. Ogni fiaba è una perla, bella e perfetta perché sedimentata a lungo nei secoli, ci chiama severa, come la vita d’altronde, ad affrontare una prova, a superare pericoli e paure: orchi, streghe, lupi non si possono cancellare. Comprendere le paure è crescere. Senza questa conoscenza nessuno sarebbe capace di attraversare il bosco, la vita senza essere divorato. In Storiegiganti lo spazio scenico diventa uno spazio di gioco reale, in cui é allo scoperto anche il gioco del teatro e gli attori ricercano forme di racconto efficaci, per una favola che sembra essere il crocevia delle storie e dei personaggi più famosi: Cappuccetto Rosso e il lupo, Orlando e Angelica, il Gigante e la casa nel bosco, l’Orco e ...i bambini.



Ufficio stampa e comunicazione del CSS Teatro stabile di innovazione del FVG:
Fabrizia Maggi (fabriziamaggi@cssudine.it) – Luisa Schiratti (luisaschiratti@cssudine.it) – Irene Stumpo (comunicazione@cssudine.it)
tel. 0432504765 www.cssudine.it


STORIeGIGANTI AL PASOLINI DI CERVIGNANO E AL PALAMOSTRE DI UDINE


IN STORIeGIGANTI: CROCEVIA DEI PERSONAGGI PIÙ FAMOSI: CAPPUCCETTO ROSSO E IL LUPO, ORLANDO E ANGELICA, IL GIGANTE E LA CASA NEL BOSCO, L’ORCO E…I BAMBINI
IN SCENA NELL’AMBITO DI TIG TEATRO PER LE NUOVE GENERAZIONI 08_09
IL 16, 17 E 18 MARZO AL TEATRO PASOLINI DI CERVIGNANO
E IL 19 E IL 20 MARZO AL TEATRO PALAMOSTRE DI UDINE

Spettacolo ricco di personaggi e avventure, STORIeGIGANTI, in scena nell’ambito di TIG Teatro per le nuove generazioni 08_09, lunedì 16, martedì 17 e mercoledì 18 marzo al Teatro Pasolini di Cervignano del Friuli (ore 10.30) e giovedì 19 con una doppia replica (ore 9.15 e 11) e venerdì 20 marzo (ore 10.30) al Teatro Palamostre di Udine.
STORIeGIGANTI è prodotto da il Teatro CREST, Collettivo di Ricerche Espressive e Sperimentazione Teatrale di Taranto, una delle più interessanti e attive realtà impegnate nelle produzioni per le nuove generazioni. Lo spettacolo è diretto da Michelangelo Campanale e Katia Scarimbolo e vede in scena quattro giovani attori Annamaria De Giorgio, Salvatore Marci, Damiano Nirchio e Maristella Tanzi.

C’era una volta un uomo solo e saggio…aveva vissuto prima e dopo… conosceva l’inizio e la fine di tutte le storie. Come un grande burattinaio, teneva tra le pieghe delle sue dita i fili di tutte le fiabe del mondo. Ne era il custode. Spesso accadeva che i bambini tentavano, di cancellare dalle storie gli orchi, le streghe ed i lupi … e allora il Custode si infuriava, sghignazzava e ripeteva la sua lezione a menadito: “Per viver felici e contenti bisogna stringer bene i denti e affrontar a muso duro tutto ciò che è triste e scuro”. Le fiabe, le storie sono custodi di un sapere antico. Come dice Calvino sono vere, “varia casistica di vicende umane, spiegazione generale della vita”. Ogni fiaba è una perla, bella e perfetta perché sedimentata a lungo nei secoli, ci chiama severa, come la vita d’altronde, ad affrontare una prova, a superare pericoli e paure: orchi, streghe, lupi non si possono cancellare. Comprendere le paure è crescere. Senza questa conoscenza nessuno sarebbe capace di attraversare il bosco, la vita senza essere divorato. In Storiegiganti lo spazio scenico diventa uno spazio di gioco reale, in cui é allo scoperto anche il gioco del teatro e gli attori ricercano forme di racconto efficaci, per una favola che sembra essere il crocevia delle storie e dei personaggi più famosi: Cappuccetto Rosso e il lupo, Orlando e Angelica, il Gigante e la casa nel bosco, l’Orco e ...i bambini.



Ufficio stampa e comunicazione del CSS Teatro stabile di innovazione del FVG:
Fabrizia Maggi (fabriziamaggi@cssudine.it) – Luisa Schiratti (luisaschiratti@cssudine.it) – Irene Stumpo (comunicazione@cssudine.it)
tel. 0432504765 www.cssudine.it


giovedì 26 febbraio 2009

COPENAGHEN DI MICHAEL FRAYN (RECENSIONE di STEFANO BERGOMAS)



Copenaghen, un appassionante colloquio fra gli spiriti di Neils Bohr, sua moglie Margrethe e Werner Heisenberg, uniti nel tentativo di conferire un senso alla visita di quest’ultimo in casa Bohr, a Copenaghen, nel settembre 1941, nel bel mezzo della seconda guerra mondiale.
Ma introduciamo brevemente i due protagonisti maschili, Neils Bohr, premio nobel per la fisica nel 1922, ebreo danese, fra le sue pubblicazioni spicca il modello della struttura atomica da lui proposto; Werner Karl Heisenberg, premio nobel per la fisica nel 1932, iniziatore della meccanica quantistica, guidò il programma nucleare tedesco durante la seconda guerra mondiale e da giovane fu l’allievo prediletto di Neils Bohr.
Queste premesse rendono ancora più affascinante la vicenda, perché Heisenberg in piena guerra mondiale sente il bisogno di recarsi dal suo vecchio mentore, un ebreo, in una Copenaghen occupata dai nazisti? Di cosa parlarono i due? E a quali conclusioni giungono?
L’autore, Michael Frayn, cerca di dare risposta a questi interrogativi facendo rincontrare i tre personaggi, dopo la morte, nel limbo, dove i loro spiriti rivivono i momenti salienti di quella notte, ciononostante molti interrogativi paiono rimanere senza risposta.
Lo spettacolo in scena al Teatro Palamostre di Udine nei giorni scorsi, con la regia di Mauro Avogadro, risulta essere una fedele interpretazione dell'opera di Frayn.
I tre protagonisti hanno la capacità di mantenere alto l'interesse del pubblico anche quando la discussione tratta argomenti di fisica teorica, ad esempio la fissione dell'uranio, di difficile comprensione.
La scenografia è sobria e curata, rimane invariata per tutta la durata della rappresentazione, al primo sguardo richiama l'aspetto di un'aula universitaria ma, trasfigurata dalle descrizioni accurate dei protagonisti, agli occhi degli spettatori si trasformerà in una miriade di luoghi differenti, i personaggi inoltre vi si appoggeranno mettendo per iscritto i passaggi cruciali delle loro discussioni.
Mentre gli spiriti rivivono le varie fasi di quella nottata di settembre del 1941 e non solo, la successione degli ambienti viene scandita dalla posizione delle sedute, la quale muta frequentemente per mano degli attori.
Come nel testo originale il ruolo di Margrethe, interpretato in maniera eccellente da Giuliana Lojodice, è fondamentale per la comprensione degli argomenti più ostici, fornendo esempi di facile comprensione e svolgendo un ruolo di moderatore nel dibattito rende più chiara e scorrevole la vicenda.
Nell’insieme lo spettacolo si può definire come un'interpretazione di altissimo livello di un'opera altrettanto valida, quello che ci si aspetta da una rappresentazione con quasi 10 anni di storia alle spalle e con interpreti del calibro di Umberto Orsini e Giuliana Lojodice, affiancati da un Massimo Popolizio costantemente all’altezza dei suoi partner di scena.
Possiamo quindi parlare dell’ennesimo capolavoro portato sui palchi udinesi dal CSS Teatro Stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, il quale per quest’anno ha proposto una stagione di altissimo livello, senza rinunciare alla sua vena sperimentale che da sempre lo contraddistingue dal resto del panorama teatrale friulano e nazionale.
Prossimo spettacolo in programma: Sonja – regia di Alvis Hermanis.
STEFANO BERGOMAS

COPENAGHEN DI MICHAEL FRAYN (RECENSIONE di STEFANO BERGOMAS)



Copenaghen, un appassionante colloquio fra gli spiriti di Neils Bohr, sua moglie Margrethe e Werner Heisenberg, uniti nel tentativo di conferire un senso alla visita di quest’ultimo in casa Bohr, a Copenaghen, nel settembre 1941, nel bel mezzo della seconda guerra mondiale.
Ma introduciamo brevemente i due protagonisti maschili, Neils Bohr, premio nobel per la fisica nel 1922, ebreo danese, fra le sue pubblicazioni spicca il modello della struttura atomica da lui proposto; Werner Karl Heisenberg, premio nobel per la fisica nel 1932, iniziatore della meccanica quantistica, guidò il programma nucleare tedesco durante la seconda guerra mondiale e da giovane fu l’allievo prediletto di Neils Bohr.
Queste premesse rendono ancora più affascinante la vicenda, perché Heisenberg in piena guerra mondiale sente il bisogno di recarsi dal suo vecchio mentore, un ebreo, in una Copenaghen occupata dai nazisti? Di cosa parlarono i due? E a quali conclusioni giungono?
L’autore, Michael Frayn, cerca di dare risposta a questi interrogativi facendo rincontrare i tre personaggi, dopo la morte, nel limbo, dove i loro spiriti rivivono i momenti salienti di quella notte, ciononostante molti interrogativi paiono rimanere senza risposta.
Lo spettacolo in scena al Teatro Palamostre di Udine nei giorni scorsi, con la regia di Mauro Avogadro, risulta essere una fedele interpretazione dell'opera di Frayn.
I tre protagonisti hanno la capacità di mantenere alto l'interesse del pubblico anche quando la discussione tratta argomenti di fisica teorica, ad esempio la fissione dell'uranio, di difficile comprensione.
La scenografia è sobria e curata, rimane invariata per tutta la durata della rappresentazione, al primo sguardo richiama l'aspetto di un'aula universitaria ma, trasfigurata dalle descrizioni accurate dei protagonisti, agli occhi degli spettatori si trasformerà in una miriade di luoghi differenti, i personaggi inoltre vi si appoggeranno mettendo per iscritto i passaggi cruciali delle loro discussioni.
Mentre gli spiriti rivivono le varie fasi di quella nottata di settembre del 1941 e non solo, la successione degli ambienti viene scandita dalla posizione delle sedute, la quale muta frequentemente per mano degli attori.
Come nel testo originale il ruolo di Margrethe, interpretato in maniera eccellente da Giuliana Lojodice, è fondamentale per la comprensione degli argomenti più ostici, fornendo esempi di facile comprensione e svolgendo un ruolo di moderatore nel dibattito rende più chiara e scorrevole la vicenda.
Nell’insieme lo spettacolo si può definire come un'interpretazione di altissimo livello di un'opera altrettanto valida, quello che ci si aspetta da una rappresentazione con quasi 10 anni di storia alle spalle e con interpreti del calibro di Umberto Orsini e Giuliana Lojodice, affiancati da un Massimo Popolizio costantemente all’altezza dei suoi partner di scena.
Possiamo quindi parlare dell’ennesimo capolavoro portato sui palchi udinesi dal CSS Teatro Stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, il quale per quest’anno ha proposto una stagione di altissimo livello, senza rinunciare alla sua vena sperimentale che da sempre lo contraddistingue dal resto del panorama teatrale friulano e nazionale.
Prossimo spettacolo in programma: Sonja – regia di Alvis Hermanis.
STEFANO BERGOMAS

COPENAGHEN DI MICHAEL FRAYN (RECENSIONE di STEFANO BERGOMAS)



Copenaghen, un appassionante colloquio fra gli spiriti di Neils Bohr, sua moglie Margrethe e Werner Heisenberg, uniti nel tentativo di conferire un senso alla visita di quest’ultimo in casa Bohr, a Copenaghen, nel settembre 1941, nel bel mezzo della seconda guerra mondiale.
Ma introduciamo brevemente i due protagonisti maschili, Neils Bohr, premio nobel per la fisica nel 1922, ebreo danese, fra le sue pubblicazioni spicca il modello della struttura atomica da lui proposto; Werner Karl Heisenberg, premio nobel per la fisica nel 1932, iniziatore della meccanica quantistica, guidò il programma nucleare tedesco durante la seconda guerra mondiale e da giovane fu l’allievo prediletto di Neils Bohr.
Queste premesse rendono ancora più affascinante la vicenda, perché Heisenberg in piena guerra mondiale sente il bisogno di recarsi dal suo vecchio mentore, un ebreo, in una Copenaghen occupata dai nazisti? Di cosa parlarono i due? E a quali conclusioni giungono?
L’autore, Michael Frayn, cerca di dare risposta a questi interrogativi facendo rincontrare i tre personaggi, dopo la morte, nel limbo, dove i loro spiriti rivivono i momenti salienti di quella notte, ciononostante molti interrogativi paiono rimanere senza risposta.
Lo spettacolo in scena al Teatro Palamostre di Udine nei giorni scorsi, con la regia di Mauro Avogadro, risulta essere una fedele interpretazione dell'opera di Frayn.
I tre protagonisti hanno la capacità di mantenere alto l'interesse del pubblico anche quando la discussione tratta argomenti di fisica teorica, ad esempio la fissione dell'uranio, di difficile comprensione.
La scenografia è sobria e curata, rimane invariata per tutta la durata della rappresentazione, al primo sguardo richiama l'aspetto di un'aula universitaria ma, trasfigurata dalle descrizioni accurate dei protagonisti, agli occhi degli spettatori si trasformerà in una miriade di luoghi differenti, i personaggi inoltre vi si appoggeranno mettendo per iscritto i passaggi cruciali delle loro discussioni.
Mentre gli spiriti rivivono le varie fasi di quella nottata di settembre del 1941 e non solo, la successione degli ambienti viene scandita dalla posizione delle sedute, la quale muta frequentemente per mano degli attori.
Come nel testo originale il ruolo di Margrethe, interpretato in maniera eccellente da Giuliana Lojodice, è fondamentale per la comprensione degli argomenti più ostici, fornendo esempi di facile comprensione e svolgendo un ruolo di moderatore nel dibattito rende più chiara e scorrevole la vicenda.
Nell’insieme lo spettacolo si può definire come un'interpretazione di altissimo livello di un'opera altrettanto valida, quello che ci si aspetta da una rappresentazione con quasi 10 anni di storia alle spalle e con interpreti del calibro di Umberto Orsini e Giuliana Lojodice, affiancati da un Massimo Popolizio costantemente all’altezza dei suoi partner di scena.
Possiamo quindi parlare dell’ennesimo capolavoro portato sui palchi udinesi dal CSS Teatro Stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, il quale per quest’anno ha proposto una stagione di altissimo livello, senza rinunciare alla sua vena sperimentale che da sempre lo contraddistingue dal resto del panorama teatrale friulano e nazionale.
Prossimo spettacolo in programma: Sonja – regia di Alvis Hermanis.
STEFANO BERGOMAS

domenica 22 febbraio 2009

MICHELINA BRIOSA E DIVERTENTE, CUCITA ADDOSSO A MARIA AMELIA MONTI



Ci sono autori di teatro che cuciono, evidentemente, le proprie opere addosso ai protagonisti per i quali sono immaginate.

E' impossibile non pensare che Edoardo Erba, autore di Michelina, andata in scena al Giovanni da Udine dal 18 al 21 di questo mese, non l'abbia ideata e immaginata per Maria Amelia Monti, una delle attrici più ingiustamente sottovalutate del panorama teatrale e cinematografico italiano.

Maria Amelia, a parer nostro, è la nuova Monica Vitti, perfetta per ruoli di attrice comica nei quali si cala con naturalissima disinvoltura.

La storia di Michelina si svolge in pieno dopoguerra, nell'ambiente del teatro di varietà, qualche cosa che manca assolutamente nell'epoca di internet e del quale, magari, ci sarebbe molto bisogno.

La padanissima mondina Michelina Magnaghi di Scaldasole, paesino della Lomellina,si ritrova catapultata nel mondo lustrini e paillettes dei teatrini di secondo e terz'ordine, reclutata da uno sgangherato Arturo Bonavia, cantante sentimentale da quattro soldi. Michelina non è che si innamori di lui, semplicemente si fa incantare da una persona capace di strapparla al mondo piutttosto gramo delle mondariso. Il progetto di Bonavia è raggiungere il mitico teatro romano Ambra Jovinelli.

E qui scatta il coup de theatre, perché i destini del duo artistico Arturo-Michelina si incrociano con quelli del cardinale Roberto Dorigo, impegnato a trovare pezze d’appoggio per la santificazione di tale suor Ercolina Esposito da Afragola in missione a Groppello, nella Bassa Pavese.

Serve una santa per dar linfa alla religiosità popolare in modo da opporsi alla montante onda rossa comunista, soprattutto dopo l'attentato fallito a Togliatti.

Michelina, che ebbe un fratello scampato a un naufragio in Argentina, era riuscita a salvarlo dopo tre giorni ininterrotti di invocazioni e preghiere. Per questo motivo incontra ed è interrogata dal cardinale il quale se ne invaghisce, riamato da Michelina.

Le scene si alternano tra le atmosfere austere dei palazzi del Vaticano e i retropalco dei teatrini di secondo e terz'ordine dove Michelina e Arturo agiscono.

La garbata regia è di Alessandro Benvenuti, le scene di Tiziano Fario.

Maria Amelia Monti è sempre, piacevolmente, uguale a se stessa. Ingenua, sprovveduta, candida, curiosa, padana e... boccalona fino al midollo. Non può non strappare applausi con la sua simpatia.

Bravo e simpatico Giampiero Ingrassia nel ruolo di Arturo, cantante di... seconda categoria, smargiasso e piuttosto cialtrone, ma alla fine sensibile ai... problemi di cuore di Michelina. Amerigo Fontani è il cardinale innamorato, spiritoso e divertente. Non manca il prete viscido (don Tamaino), impersonato da Gianni Pellegrino. Completano il cast Anna Lisa Amodio (suor Ercolina) e Mauro Marino nelle vesti del vecchio cardinale artritico e tradizionalista che poi si rivelerà a sorpresa aver sempre avuto ambizioni di spettacolo, scatenandosi in improbabili danze.

In tema con lo spettacolo le canzoni di Federico Odling che riecheggiano le sempliciotte melodie di alcune canzonette del dopoguerra.


(abbiamo assistito a Michelina al Teatro Nuovo Giovanni da Udine il 20 febbraio 2009)

MICHELINA BRIOSA E DIVERTENTE, CUCITA ADDOSSO A MARIA AMELIA MONTI



Ci sono autori di teatro che cuciono, evidentemente, le proprie opere addosso ai protagonisti per i quali sono immaginate.

E' impossibile non pensare che Edoardo Erba, autore di Michelina, andata in scena al Giovanni da Udine dal 18 al 21 di questo mese, non l'abbia ideata e immaginata per Maria Amelia Monti, una delle attrici più ingiustamente sottovalutate del panorama teatrale e cinematografico italiano.

Maria Amelia, a parer nostro, è la nuova Monica Vitti, perfetta per ruoli di attrice comica nei quali si cala con naturalissima disinvoltura.

La storia di Michelina si svolge in pieno dopoguerra, nell'ambiente del teatro di varietà, qualche cosa che manca assolutamente nell'epoca di internet e del quale, magari, ci sarebbe molto bisogno.

La padanissima mondina Michelina Magnaghi di Scaldasole, paesino della Lomellina,si ritrova catapultata nel mondo lustrini e paillettes dei teatrini di secondo e terz'ordine, reclutata da uno sgangherato Arturo Bonavia, cantante sentimentale da quattro soldi. Michelina non è che si innamori di lui, semplicemente si fa incantare da una persona capace di strapparla al mondo piutttosto gramo delle mondariso. Il progetto di Bonavia è raggiungere il mitico teatro romano Ambra Jovinelli.

E qui scatta il coup de theatre, perché i destini del duo artistico Arturo-Michelina si incrociano con quelli del cardinale Roberto Dorigo, impegnato a trovare pezze d’appoggio per la santificazione di tale suor Ercolina Esposito da Afragola in missione a Groppello, nella Bassa Pavese.

Serve una santa per dar linfa alla religiosità popolare in modo da opporsi alla montante onda rossa comunista, soprattutto dopo l'attentato fallito a Togliatti.

Michelina, che ebbe un fratello scampato a un naufragio in Argentina, era riuscita a salvarlo dopo tre giorni ininterrotti di invocazioni e preghiere. Per questo motivo incontra ed è interrogata dal cardinale il quale se ne invaghisce, riamato da Michelina.

Le scene si alternano tra le atmosfere austere dei palazzi del Vaticano e i retropalco dei teatrini di secondo e terz'ordine dove Michelina e Arturo agiscono.

La garbata regia è di Alessandro Benvenuti, le scene di Tiziano Fario.

Maria Amelia Monti è sempre, piacevolmente, uguale a se stessa. Ingenua, sprovveduta, candida, curiosa, padana e... boccalona fino al midollo. Non può non strappare applausi con la sua simpatia.

Bravo e simpatico Giampiero Ingrassia nel ruolo di Arturo, cantante di... seconda categoria, smargiasso e piuttosto cialtrone, ma alla fine sensibile ai... problemi di cuore di Michelina. Amerigo Fontani è il cardinale innamorato, spiritoso e divertente. Non manca il prete viscido (don Tamaino), impersonato da Gianni Pellegrino. Completano il cast Anna Lisa Amodio (suor Ercolina) e Mauro Marino nelle vesti del vecchio cardinale artritico e tradizionalista che poi si rivelerà a sorpresa aver sempre avuto ambizioni di spettacolo, scatenandosi in improbabili danze.

In tema con lo spettacolo le canzoni di Federico Odling che riecheggiano le sempliciotte melodie di alcune canzonette del dopoguerra.


(abbiamo assistito a Michelina al Teatro Nuovo Giovanni da Udine il 20 febbraio 2009)

MICHELINA BRIOSA E DIVERTENTE, CUCITA ADDOSSO A MARIA AMELIA MONTI



Ci sono autori di teatro che cuciono, evidentemente, le proprie opere addosso ai protagonisti per i quali sono immaginate.

E' impossibile non pensare che Edoardo Erba, autore di Michelina, andata in scena al Giovanni da Udine dal 18 al 21 di questo mese, non l'abbia ideata e immaginata per Maria Amelia Monti, una delle attrici più ingiustamente sottovalutate del panorama teatrale e cinematografico italiano.

Maria Amelia, a parer nostro, è la nuova Monica Vitti, perfetta per ruoli di attrice comica nei quali si cala con naturalissima disinvoltura.

La storia di Michelina si svolge in pieno dopoguerra, nell'ambiente del teatro di varietà, qualche cosa che manca assolutamente nell'epoca di internet e del quale, magari, ci sarebbe molto bisogno.

La padanissima mondina Michelina Magnaghi di Scaldasole, paesino della Lomellina,si ritrova catapultata nel mondo lustrini e paillettes dei teatrini di secondo e terz'ordine, reclutata da uno sgangherato Arturo Bonavia, cantante sentimentale da quattro soldi. Michelina non è che si innamori di lui, semplicemente si fa incantare da una persona capace di strapparla al mondo piutttosto gramo delle mondariso. Il progetto di Bonavia è raggiungere il mitico teatro romano Ambra Jovinelli.

E qui scatta il coup de theatre, perché i destini del duo artistico Arturo-Michelina si incrociano con quelli del cardinale Roberto Dorigo, impegnato a trovare pezze d’appoggio per la santificazione di tale suor Ercolina Esposito da Afragola in missione a Groppello, nella Bassa Pavese.

Serve una santa per dar linfa alla religiosità popolare in modo da opporsi alla montante onda rossa comunista, soprattutto dopo l'attentato fallito a Togliatti.

Michelina, che ebbe un fratello scampato a un naufragio in Argentina, era riuscita a salvarlo dopo tre giorni ininterrotti di invocazioni e preghiere. Per questo motivo incontra ed è interrogata dal cardinale il quale se ne invaghisce, riamato da Michelina.

Le scene si alternano tra le atmosfere austere dei palazzi del Vaticano e i retropalco dei teatrini di secondo e terz'ordine dove Michelina e Arturo agiscono.

La garbata regia è di Alessandro Benvenuti, le scene di Tiziano Fario.

Maria Amelia Monti è sempre, piacevolmente, uguale a se stessa. Ingenua, sprovveduta, candida, curiosa, padana e... boccalona fino al midollo. Non può non strappare applausi con la sua simpatia.

Bravo e simpatico Giampiero Ingrassia nel ruolo di Arturo, cantante di... seconda categoria, smargiasso e piuttosto cialtrone, ma alla fine sensibile ai... problemi di cuore di Michelina. Amerigo Fontani è il cardinale innamorato, spiritoso e divertente. Non manca il prete viscido (don Tamaino), impersonato da Gianni Pellegrino. Completano il cast Anna Lisa Amodio (suor Ercolina) e Mauro Marino nelle vesti del vecchio cardinale artritico e tradizionalista che poi si rivelerà a sorpresa aver sempre avuto ambizioni di spettacolo, scatenandosi in improbabili danze.

In tema con lo spettacolo le canzoni di Federico Odling che riecheggiano le sempliciotte melodie di alcune canzonette del dopoguerra.


(abbiamo assistito a Michelina al Teatro Nuovo Giovanni da Udine il 20 febbraio 2009)

venerdì 30 gennaio 2009

TEATRO. ANCORA ATTUALE LA CONTESSINA MIZZI.



La contessina Mizzi di Arthur Schnitzler, in programmazione al Teatro Nuovo Giovanni da Udine è solo apparentemente un testo datato. Compie questo mese proprio 100 anni. In realtà noi lo abbiamo trovato attualissimo. Anzi. Tremendamente attuale in quanto i vizi che attanagliavano una certa società aristocratica (peraltro decadente e non certo la società aristocratica feudale del suo periodo più glorioso perché quelli erano 'seri' guerrieri che hanno fatto la storia) sono propri del nostro presente mondo borghese.

Sono trascorsi 100 anni ma ancor oggi ci sono gravidanze nascoste, figli strappati alle madri 'per ragioni di convenienza', situazioni intricate familiari con relazioni ufficiali, ufficiose, all'insegna del nascondere la spazzatura sotto il tappeto.

Ma la spazzatura, dopo un po' di tempo, puzza.

Il dramma della contessina Mizzi, resa gravida dal principe Ravenstein e costretta a non poter allevare il proprio figlio illegittimo, strappatole appena otto giorni dopo il parto, è quella di una maternità proibitale 'per convenienza'. Mizzi vive in un mondo tutto suo, astratto, dipingendo 'i soliti fiori', quadri sempre uguali, in una ossessiva ripetitività, mentre il suo mondo di madre le è stato negato e non è divenuta ancora neppure una sposa.

Anche il padre le ha nascosto la relazione con la ballerina Lolo, così come le è stata negata la visione del figlio che finalmente rivede dissimulando l'emozione.

Il finale accende una luce: un viaggio in treno a Ostenda, dove tutti i protagonisti in gioco saranno presenti nello stesso vagone, con una ipotesi di lieto fine (principe Ravenstein e Mizzi finalmente uniti in matrimonio, genitori adottivi di un figlio in realtà naturale).

Calibrata e misurata la recitazione di Micaela Esdra, notevole anche come doppiatrice. Peccato non aver visto all'opera l'udinese Luciano Virgilio, sostituito alla vigilia della rappresentazione.

Scene essenziali, che danno l'immagine di una società aristocratica formalmente austera, ma ormai svuotata e decadente. Ma la società aristocratica decadente di ieri si è trasformata nella società borghese di oggi, che ne ha assorbito retaggi e vizi, in una dissennata corsa verso l'emulazione e verso la necessità di assumere scelte 'formalmente' convenienti.

E il dramma di Mizzi, aristocratico ma tremendamente borghese, è quello di perdonare senza aver dimenticato la violenza subita.

Per la scheda dello spettacolo, rimandiamo i nostri lettori al sito del Teatro Nuovo Giovanni da Udine http://www.teatroudine.it/
Rammentiamo che La contessina Mizzi è visionabile ancora oggi e domani sabato 31 gennaio al Giovanni da Udine.
(abbiamo assistito a La contessina Mizzi al Teatro Nuovo Giovanni da Udine il 29 gennaio 2009)

TEATRO. ANCORA ATTUALE LA CONTESSINA MIZZI.



La contessina Mizzi di Arthur Schnitzler, in programmazione al Teatro Nuovo Giovanni da Udine è solo apparentemente un testo datato. Compie questo mese proprio 100 anni. In realtà noi lo abbiamo trovato attualissimo. Anzi. Tremendamente attuale in quanto i vizi che attanagliavano una certa società aristocratica (peraltro decadente e non certo la società aristocratica feudale del suo periodo più glorioso perché quelli erano 'seri' guerrieri che hanno fatto la storia) sono propri del nostro presente mondo borghese.

Sono trascorsi 100 anni ma ancor oggi ci sono gravidanze nascoste, figli strappati alle madri 'per ragioni di convenienza', situazioni intricate familiari con relazioni ufficiali, ufficiose, all'insegna del nascondere la spazzatura sotto il tappeto.

Ma la spazzatura, dopo un po' di tempo, puzza.

Il dramma della contessina Mizzi, resa gravida dal principe Ravenstein e costretta a non poter allevare il proprio figlio illegittimo, strappatole appena otto giorni dopo il parto, è quella di una maternità proibitale 'per convenienza'. Mizzi vive in un mondo tutto suo, astratto, dipingendo 'i soliti fiori', quadri sempre uguali, in una ossessiva ripetitività, mentre il suo mondo di madre le è stato negato e non è divenuta ancora neppure una sposa.

Anche il padre le ha nascosto la relazione con la ballerina Lolo, così come le è stata negata la visione del figlio che finalmente rivede dissimulando l'emozione.

Il finale accende una luce: un viaggio in treno a Ostenda, dove tutti i protagonisti in gioco saranno presenti nello stesso vagone, con una ipotesi di lieto fine (principe Ravenstein e Mizzi finalmente uniti in matrimonio, genitori adottivi di un figlio in realtà naturale).

Calibrata e misurata la recitazione di Micaela Esdra, notevole anche come doppiatrice. Peccato non aver visto all'opera l'udinese Luciano Virgilio, sostituito alla vigilia della rappresentazione.

Scene essenziali, che danno l'immagine di una società aristocratica formalmente austera, ma ormai svuotata e decadente. Ma la società aristocratica decadente di ieri si è trasformata nella società borghese di oggi, che ne ha assorbito retaggi e vizi, in una dissennata corsa verso l'emulazione e verso la necessità di assumere scelte 'formalmente' convenienti.

E il dramma di Mizzi, aristocratico ma tremendamente borghese, è quello di perdonare senza aver dimenticato la violenza subita.

Per la scheda dello spettacolo, rimandiamo i nostri lettori al sito del Teatro Nuovo Giovanni da Udine http://www.teatroudine.it/
Rammentiamo che La contessina Mizzi è visionabile ancora oggi e domani sabato 31 gennaio al Giovanni da Udine.
(abbiamo assistito a La contessina Mizzi al Teatro Nuovo Giovanni da Udine il 29 gennaio 2009)

TEATRO. ANCORA ATTUALE LA CONTESSINA MIZZI.



La contessina Mizzi di Arthur Schnitzler, in programmazione al Teatro Nuovo Giovanni da Udine è solo apparentemente un testo datato. Compie questo mese proprio 100 anni. In realtà noi lo abbiamo trovato attualissimo. Anzi. Tremendamente attuale in quanto i vizi che attanagliavano una certa società aristocratica (peraltro decadente e non certo la società aristocratica feudale del suo periodo più glorioso perché quelli erano 'seri' guerrieri che hanno fatto la storia) sono propri del nostro presente mondo borghese.

Sono trascorsi 100 anni ma ancor oggi ci sono gravidanze nascoste, figli strappati alle madri 'per ragioni di convenienza', situazioni intricate familiari con relazioni ufficiali, ufficiose, all'insegna del nascondere la spazzatura sotto il tappeto.

Ma la spazzatura, dopo un po' di tempo, puzza.

Il dramma della contessina Mizzi, resa gravida dal principe Ravenstein e costretta a non poter allevare il proprio figlio illegittimo, strappatole appena otto giorni dopo il parto, è quella di una maternità proibitale 'per convenienza'. Mizzi vive in un mondo tutto suo, astratto, dipingendo 'i soliti fiori', quadri sempre uguali, in una ossessiva ripetitività, mentre il suo mondo di madre le è stato negato e non è divenuta ancora neppure una sposa.

Anche il padre le ha nascosto la relazione con la ballerina Lolo, così come le è stata negata la visione del figlio che finalmente rivede dissimulando l'emozione.

Il finale accende una luce: un viaggio in treno a Ostenda, dove tutti i protagonisti in gioco saranno presenti nello stesso vagone, con una ipotesi di lieto fine (principe Ravenstein e Mizzi finalmente uniti in matrimonio, genitori adottivi di un figlio in realtà naturale).

Calibrata e misurata la recitazione di Micaela Esdra, notevole anche come doppiatrice. Peccato non aver visto all'opera l'udinese Luciano Virgilio, sostituito alla vigilia della rappresentazione.

Scene essenziali, che danno l'immagine di una società aristocratica formalmente austera, ma ormai svuotata e decadente. Ma la società aristocratica decadente di ieri si è trasformata nella società borghese di oggi, che ne ha assorbito retaggi e vizi, in una dissennata corsa verso l'emulazione e verso la necessità di assumere scelte 'formalmente' convenienti.

E il dramma di Mizzi, aristocratico ma tremendamente borghese, è quello di perdonare senza aver dimenticato la violenza subita.

Per la scheda dello spettacolo, rimandiamo i nostri lettori al sito del Teatro Nuovo Giovanni da Udine http://www.teatroudine.it/
Rammentiamo che La contessina Mizzi è visionabile ancora oggi e domani sabato 31 gennaio al Giovanni da Udine.
(abbiamo assistito a La contessina Mizzi al Teatro Nuovo Giovanni da Udine il 29 gennaio 2009)

lunedì 12 gennaio 2009

IL COMMENTO. TEATRO: GABER TROPPO IMPERVIO ANCHE PER IL BRAVO MARCORE'



Esistono autori capaci di essere interpretati solo da se stessi ed uno di questi è Giorgio Gaber (1939-2003), molto più importante ora che ne avvertiamo l'assenza di quando eravamo abituati a vederlo, quasi ogni anno, a teatro a Udine.


Neri Marcorè, bravo ma troppo mite e lontano dalla furia scenica e dalle volute contorsioni sofferenti di Gaber, il cui fisico era anche in perfetta adesione al personaggio delle sue graffianti piéces musical-teatrali, ha tentato un'impresa impossibile, riuscendoci - è il nostro avviso - soltanto in parte.


Certo, la critica si è sperticata nell'assegnare premi su premi a Marcorè, omaggiando più che l'effettiva resa dello spettacolo l'intenzione di riproporre un autore che (mancando attori e registi che tentino di metterne in scena i lavori) rischierebbe di essere consegnato soltanto all'amarcord personale.


E dei non più giovani, in quanto i giovani possono soltanto - al limite - averne sentito parlare.


Il difetto maggiore riscontrato nella messinscena è la volontà di realizzare una sorta di serratissimo medley privo di quelle ragionate pause che Gaber riusciva magistralmente a intessere, anche in forma dialogica, con gli spettatori.


Il titolo 'Un certo signor G' farebbe, di primo acchito, pensare alla riproposizione integrale e filologica de 'Il signor G', prima realizzazione di quella forma di teatro-canzone (1970), ma dell'opera di Gaber Marcorè ripropone brani presi qua e là, in modo che lo spettacolo appare una sorta di raccolta citazionale di tutta l'opera di Gaber, prestando il fianco alla principale critica: l'assenza di un suo concreto filo logico.


Naturalmente, quando parliamo di Gaber, non si deve dimenticare Sandro Luporini (1930-vivente), valido collaboratore di Giorgio nella stesura delle canzoni e dei testi teatrali.


Certo, ci sono tutte le tematiche gaberiane, che si possono sintetizzare nella condizione di fragilità e disagio dell'uomo moderno, dannatamente italiano, pur nell'apparente presenza di garanzie socio-democratiche le quali si rivelano, agli occhi di Gaber, altrettante trappole che conducono 'il signor G' a una condizione di pseudo-paranoia, in buona sostanza di incapacità di vivere con un sufficiente grado di soddisfazione.


Per chi non ha mai visto Gaber lo spettacolo appare francamente poco comprensibile. Per chi ha visto Gaber lo spettacolo appare una sorta di compilation di successi.


Scarnamente belle le scene, garbata la scelta delle due brave pianiste e strumentiste dai capelli rossi, versatile Marcorè in grado di cavarsela egregiamente anche alla chitarra.


Ma la nostra sensazione è che il tentativo sia riuscito a metà.

(in foto Neri Marcorè)

recensione di Alberto di Caporiacco





La scheda


Un certo Signor G


dall'opera di Giorgio Gaber e Sandro Luporini


regia Giorgio Gallione


scene e costumi Guido Fiorato


luci Aldo Mantovani


con Neri Marcorè


pianoforte Vicky Schaetzinger e Silvia Cucchi


elaborazione musicale Paolo Silvestri


produzione Teatro dell’Archivolto


in collaborazione con la Fondazione Giorgio Gaber


(abbiamo visto Un certo signor G al Teatro Nuovo Giovanni da Udine l'11 gennaio 2009)


IL COMMENTO. TEATRO: GABER TROPPO IMPERVIO ANCHE PER IL BRAVO MARCORE'



Esistono autori capaci di essere interpretati solo da se stessi ed uno di questi è Giorgio Gaber (1939-2003), molto più importante ora che ne avvertiamo l'assenza di quando eravamo abituati a vederlo, quasi ogni anno, a teatro a Udine.


Neri Marcorè, bravo ma troppo mite e lontano dalla furia scenica e dalle volute contorsioni sofferenti di Gaber, il cui fisico era anche in perfetta adesione al personaggio delle sue graffianti piéces musical-teatrali, ha tentato un'impresa impossibile, riuscendoci - è il nostro avviso - soltanto in parte.


Certo, la critica si è sperticata nell'assegnare premi su premi a Marcorè, omaggiando più che l'effettiva resa dello spettacolo l'intenzione di riproporre un autore che (mancando attori e registi che tentino di metterne in scena i lavori) rischierebbe di essere consegnato soltanto all'amarcord personale.


E dei non più giovani, in quanto i giovani possono soltanto - al limite - averne sentito parlare.


Il difetto maggiore riscontrato nella messinscena è la volontà di realizzare una sorta di serratissimo medley privo di quelle ragionate pause che Gaber riusciva magistralmente a intessere, anche in forma dialogica, con gli spettatori.


Il titolo 'Un certo signor G' farebbe, di primo acchito, pensare alla riproposizione integrale e filologica de 'Il signor G', prima realizzazione di quella forma di teatro-canzone (1970), ma dell'opera di Gaber Marcorè ripropone brani presi qua e là, in modo che lo spettacolo appare una sorta di raccolta citazionale di tutta l'opera di Gaber, prestando il fianco alla principale critica: l'assenza di un suo concreto filo logico.


Naturalmente, quando parliamo di Gaber, non si deve dimenticare Sandro Luporini (1930-vivente), valido collaboratore di Giorgio nella stesura delle canzoni e dei testi teatrali.


Certo, ci sono tutte le tematiche gaberiane, che si possono sintetizzare nella condizione di fragilità e disagio dell'uomo moderno, dannatamente italiano, pur nell'apparente presenza di garanzie socio-democratiche le quali si rivelano, agli occhi di Gaber, altrettante trappole che conducono 'il signor G' a una condizione di pseudo-paranoia, in buona sostanza di incapacità di vivere con un sufficiente grado di soddisfazione.


Per chi non ha mai visto Gaber lo spettacolo appare francamente poco comprensibile. Per chi ha visto Gaber lo spettacolo appare una sorta di compilation di successi.


Scarnamente belle le scene, garbata la scelta delle due brave pianiste e strumentiste dai capelli rossi, versatile Marcorè in grado di cavarsela egregiamente anche alla chitarra.


Ma la nostra sensazione è che il tentativo sia riuscito a metà.

(in foto Neri Marcorè)

recensione di Alberto di Caporiacco





La scheda


Un certo Signor G


dall'opera di Giorgio Gaber e Sandro Luporini


regia Giorgio Gallione


scene e costumi Guido Fiorato


luci Aldo Mantovani


con Neri Marcorè


pianoforte Vicky Schaetzinger e Silvia Cucchi


elaborazione musicale Paolo Silvestri


produzione Teatro dell’Archivolto


in collaborazione con la Fondazione Giorgio Gaber


(abbiamo visto Un certo signor G al Teatro Nuovo Giovanni da Udine l'11 gennaio 2009)


IL COMMENTO. TEATRO: GABER TROPPO IMPERVIO ANCHE PER IL BRAVO MARCORE'



Esistono autori capaci di essere interpretati solo da se stessi ed uno di questi è Giorgio Gaber (1939-2003), molto più importante ora che ne avvertiamo l'assenza di quando eravamo abituati a vederlo, quasi ogni anno, a teatro a Udine.


Neri Marcorè, bravo ma troppo mite e lontano dalla furia scenica e dalle volute contorsioni sofferenti di Gaber, il cui fisico era anche in perfetta adesione al personaggio delle sue graffianti piéces musical-teatrali, ha tentato un'impresa impossibile, riuscendoci - è il nostro avviso - soltanto in parte.


Certo, la critica si è sperticata nell'assegnare premi su premi a Marcorè, omaggiando più che l'effettiva resa dello spettacolo l'intenzione di riproporre un autore che (mancando attori e registi che tentino di metterne in scena i lavori) rischierebbe di essere consegnato soltanto all'amarcord personale.


E dei non più giovani, in quanto i giovani possono soltanto - al limite - averne sentito parlare.


Il difetto maggiore riscontrato nella messinscena è la volontà di realizzare una sorta di serratissimo medley privo di quelle ragionate pause che Gaber riusciva magistralmente a intessere, anche in forma dialogica, con gli spettatori.


Il titolo 'Un certo signor G' farebbe, di primo acchito, pensare alla riproposizione integrale e filologica de 'Il signor G', prima realizzazione di quella forma di teatro-canzone (1970), ma dell'opera di Gaber Marcorè ripropone brani presi qua e là, in modo che lo spettacolo appare una sorta di raccolta citazionale di tutta l'opera di Gaber, prestando il fianco alla principale critica: l'assenza di un suo concreto filo logico.


Naturalmente, quando parliamo di Gaber, non si deve dimenticare Sandro Luporini (1930-vivente), valido collaboratore di Giorgio nella stesura delle canzoni e dei testi teatrali.


Certo, ci sono tutte le tematiche gaberiane, che si possono sintetizzare nella condizione di fragilità e disagio dell'uomo moderno, dannatamente italiano, pur nell'apparente presenza di garanzie socio-democratiche le quali si rivelano, agli occhi di Gaber, altrettante trappole che conducono 'il signor G' a una condizione di pseudo-paranoia, in buona sostanza di incapacità di vivere con un sufficiente grado di soddisfazione.


Per chi non ha mai visto Gaber lo spettacolo appare francamente poco comprensibile. Per chi ha visto Gaber lo spettacolo appare una sorta di compilation di successi.


Scarnamente belle le scene, garbata la scelta delle due brave pianiste e strumentiste dai capelli rossi, versatile Marcorè in grado di cavarsela egregiamente anche alla chitarra.


Ma la nostra sensazione è che il tentativo sia riuscito a metà.

(in foto Neri Marcorè)

recensione di Alberto di Caporiacco





La scheda


Un certo Signor G


dall'opera di Giorgio Gaber e Sandro Luporini


regia Giorgio Gallione


scene e costumi Guido Fiorato


luci Aldo Mantovani


con Neri Marcorè


pianoforte Vicky Schaetzinger e Silvia Cucchi


elaborazione musicale Paolo Silvestri


produzione Teatro dell’Archivolto


in collaborazione con la Fondazione Giorgio Gaber


(abbiamo visto Un certo signor G al Teatro Nuovo Giovanni da Udine l'11 gennaio 2009)