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venerdì 13 marzo 2009

SPECIALE RIGASSIFICATORI. DECIMA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)


Siamo dunque giunti alla fine di questa nostra inchiesta sui rigassificatori, ne abbiamo evidenziato vizi e virtù, abbiamo espresso le nostre valutazioni sui progetti ed abbiamo cercato di dare un senso alla loro realizzazione sulla base di documentazioni valide, prospettive definite, e programmi energetici a medio-lungo termine ufficiali.
Non ci siamo riusciti.
Le valutazioni espresse a livello istituzionale non ci hanno convinto, sono state scarne e poco o per nulla esaustive, ci si è attaccati a piccoli vantaggi per nascondere grandi svantaggi. A tutt’oggi – mentre avanzano gli iter autorizzativi (sembra oramai fatta per il rigassificatore di Zaule) – nessuno è in grado di dirci né perché sia necessario costruire dei rigassificatori, né perché ci sia la possibilità addirittura di averne cinque in un braccio di mare di qualche centinaio di miglia marine (Rovigo – in fase di costruzione, Grado, Trieste, Capodistria, Isola di Veglia).
A livello istituzionale le valutazioni positive sono state molte e di “un certo livello”; cominciò l’allora Presidente della Regione Riccardo Illy a spingere per entrambi: come dimenticare la foto su “Il Piccolo” del 16 febbraio 2006 che lo ritraeva sorridente assieme a Michele Degrassi (Amministratore Delegato di “Friulia Holding”), Raffaella di Sipio (Responsabile Affari Istituzionali di Endesa), Federico Marescotti (Vicepresidente di “Friulia Holding”) e Jesus Olmos (Amministratore Delegato di Endesa Europa)? A ruota di Illy si sono poi prodigati nel promuovere i rigassificatori il Sindaco di Trieste Roberto Dipiazza, gli industriali triestini attraverso il loro Presidente Riccardo Antonini e non ultimo l’attuale Sottosegretario all’Ambiente Roberto Menia.
“Occasione irripetibile per Trieste” dicono tutti: in realtà è quanto mai necessario distinguere fra interessi economici e interessi della città, decidendo una volta per tutte se darle una connotazione di tipo turistico oppure una connotazione di tipo industriale. Non è infatti concepibile dichiararsi portabandiera della chiusura della Ferriera di Servola in quanto incompatibile con le esigenze della città o proporre il “Parco del Mare” e poi essere favorevoli a questo tipo di impianti.
Nessun politico che sia contrario si è espresso in pubblico, troppo rischioso farlo, ne va della loro carriera.
Tutti i Comuni costieri, Slovenia compresa, si sono espressi in maniera contraria.
Sono gli enti della pubblica amministrazione più vicini ai cittadini, ma resteranno inascoltati, decide il Ministero, a Roma.
Nel 1998 ad Aaharus (Danimarca) i Paesi europei hanno sottoscritto la “Convenzione sull’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale”, ratificata dallo Stato italiano con Legge n°108 del 16/03/2001. Tale convenzione prevede tra le altre cose la partecipazione della popolazione al processo decisionale in materia ambientale e tra gli impianti per cui essa è prevista ci sono proprio gli impianti di rigassificazione.
Ai cittadini non è stata data nessuna informazione se non quelle che solo un tecnico come il sottoscritto è in grado di capire, nessun coinvolgimento è stato fatto, nessuna partecipazione ai processi decisionali è stata chiesta. Solo alcuni comitati locali ed associazioni ambientaliste si sono mosse coraggiosamente.
Resteranno inascoltati, decide il profitto, decidono le royalties, decide la borsa valori.
Trieste città della scienza, Trieste città della fisica, Trieste città piena di scienziati, studiosi, docenti, esperti, ricercatori di fama mondiale.
Nessuno di loro è stato chiamato ufficialmente a valutare i progetti. Nessun ente super partes è stato convocato all’esame degli stessi. Le valutazioni tecniche effettuate fino ad oggi si sono basate su perizie di parte presentate e finanziate dalle società proponenti i due progetti. Solo l’encomiabile Dottor Livio Sirovich ha tentato un’accorata difesa delle sue tesi che smontano di fatto la validità del progetto “Zaule” e le capacità tecniche dei suoi promotori.
Resterà inascoltato pure lui, decidono i brillanti tecnici della Regione e dello Stato: sul documento ufficiale della Valutazione di Impatto Ambientale favorevole del Ministero per il rigassificatore di Zaule del 16/07/2008, su 58 firmatari ci sono ben 13 astenuti e 18 assenti, quindi 31 su 58 non si sono espressi a favore, ma ciononostante l’iter prosegue ed anzi sembra oramai giunto al traguardo.
Risulta quindi chiaro che dove politica ed economia si intrecciano come amanti segreti, non vi sono professionisti accreditati, leggi emanate, documenti avvalorati, valutazioni comprovate, rischi paventati o contrarietà espresse che tengano.
Grazie a tutti, ce ne ricorderemo e se ne ricorderanno anche i nostri figli, statene pur certi.
MARCO TORBIANELLI

SPECIALE RIGASSIFICATORI. DECIMA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)


Siamo dunque giunti alla fine di questa nostra inchiesta sui rigassificatori, ne abbiamo evidenziato vizi e virtù, abbiamo espresso le nostre valutazioni sui progetti ed abbiamo cercato di dare un senso alla loro realizzazione sulla base di documentazioni valide, prospettive definite, e programmi energetici a medio-lungo termine ufficiali.
Non ci siamo riusciti.
Le valutazioni espresse a livello istituzionale non ci hanno convinto, sono state scarne e poco o per nulla esaustive, ci si è attaccati a piccoli vantaggi per nascondere grandi svantaggi. A tutt’oggi – mentre avanzano gli iter autorizzativi (sembra oramai fatta per il rigassificatore di Zaule) – nessuno è in grado di dirci né perché sia necessario costruire dei rigassificatori, né perché ci sia la possibilità addirittura di averne cinque in un braccio di mare di qualche centinaio di miglia marine (Rovigo – in fase di costruzione, Grado, Trieste, Capodistria, Isola di Veglia).
A livello istituzionale le valutazioni positive sono state molte e di “un certo livello”; cominciò l’allora Presidente della Regione Riccardo Illy a spingere per entrambi: come dimenticare la foto su “Il Piccolo” del 16 febbraio 2006 che lo ritraeva sorridente assieme a Michele Degrassi (Amministratore Delegato di “Friulia Holding”), Raffaella di Sipio (Responsabile Affari Istituzionali di Endesa), Federico Marescotti (Vicepresidente di “Friulia Holding”) e Jesus Olmos (Amministratore Delegato di Endesa Europa)? A ruota di Illy si sono poi prodigati nel promuovere i rigassificatori il Sindaco di Trieste Roberto Dipiazza, gli industriali triestini attraverso il loro Presidente Riccardo Antonini e non ultimo l’attuale Sottosegretario all’Ambiente Roberto Menia.
“Occasione irripetibile per Trieste” dicono tutti: in realtà è quanto mai necessario distinguere fra interessi economici e interessi della città, decidendo una volta per tutte se darle una connotazione di tipo turistico oppure una connotazione di tipo industriale. Non è infatti concepibile dichiararsi portabandiera della chiusura della Ferriera di Servola in quanto incompatibile con le esigenze della città o proporre il “Parco del Mare” e poi essere favorevoli a questo tipo di impianti.
Nessun politico che sia contrario si è espresso in pubblico, troppo rischioso farlo, ne va della loro carriera.
Tutti i Comuni costieri, Slovenia compresa, si sono espressi in maniera contraria.
Sono gli enti della pubblica amministrazione più vicini ai cittadini, ma resteranno inascoltati, decide il Ministero, a Roma.
Nel 1998 ad Aaharus (Danimarca) i Paesi europei hanno sottoscritto la “Convenzione sull’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale”, ratificata dallo Stato italiano con Legge n°108 del 16/03/2001. Tale convenzione prevede tra le altre cose la partecipazione della popolazione al processo decisionale in materia ambientale e tra gli impianti per cui essa è prevista ci sono proprio gli impianti di rigassificazione.
Ai cittadini non è stata data nessuna informazione se non quelle che solo un tecnico come il sottoscritto è in grado di capire, nessun coinvolgimento è stato fatto, nessuna partecipazione ai processi decisionali è stata chiesta. Solo alcuni comitati locali ed associazioni ambientaliste si sono mosse coraggiosamente.
Resteranno inascoltati, decide il profitto, decidono le royalties, decide la borsa valori.
Trieste città della scienza, Trieste città della fisica, Trieste città piena di scienziati, studiosi, docenti, esperti, ricercatori di fama mondiale.
Nessuno di loro è stato chiamato ufficialmente a valutare i progetti. Nessun ente super partes è stato convocato all’esame degli stessi. Le valutazioni tecniche effettuate fino ad oggi si sono basate su perizie di parte presentate e finanziate dalle società proponenti i due progetti. Solo l’encomiabile Dottor Livio Sirovich ha tentato un’accorata difesa delle sue tesi che smontano di fatto la validità del progetto “Zaule” e le capacità tecniche dei suoi promotori.
Resterà inascoltato pure lui, decidono i brillanti tecnici della Regione e dello Stato: sul documento ufficiale della Valutazione di Impatto Ambientale favorevole del Ministero per il rigassificatore di Zaule del 16/07/2008, su 58 firmatari ci sono ben 13 astenuti e 18 assenti, quindi 31 su 58 non si sono espressi a favore, ma ciononostante l’iter prosegue ed anzi sembra oramai giunto al traguardo.
Risulta quindi chiaro che dove politica ed economia si intrecciano come amanti segreti, non vi sono professionisti accreditati, leggi emanate, documenti avvalorati, valutazioni comprovate, rischi paventati o contrarietà espresse che tengano.
Grazie a tutti, ce ne ricorderemo e se ne ricorderanno anche i nostri figli, statene pur certi.
MARCO TORBIANELLI

SPECIALE RIGASSIFICATORI. DECIMA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)


Siamo dunque giunti alla fine di questa nostra inchiesta sui rigassificatori, ne abbiamo evidenziato vizi e virtù, abbiamo espresso le nostre valutazioni sui progetti ed abbiamo cercato di dare un senso alla loro realizzazione sulla base di documentazioni valide, prospettive definite, e programmi energetici a medio-lungo termine ufficiali.
Non ci siamo riusciti.
Le valutazioni espresse a livello istituzionale non ci hanno convinto, sono state scarne e poco o per nulla esaustive, ci si è attaccati a piccoli vantaggi per nascondere grandi svantaggi. A tutt’oggi – mentre avanzano gli iter autorizzativi (sembra oramai fatta per il rigassificatore di Zaule) – nessuno è in grado di dirci né perché sia necessario costruire dei rigassificatori, né perché ci sia la possibilità addirittura di averne cinque in un braccio di mare di qualche centinaio di miglia marine (Rovigo – in fase di costruzione, Grado, Trieste, Capodistria, Isola di Veglia).
A livello istituzionale le valutazioni positive sono state molte e di “un certo livello”; cominciò l’allora Presidente della Regione Riccardo Illy a spingere per entrambi: come dimenticare la foto su “Il Piccolo” del 16 febbraio 2006 che lo ritraeva sorridente assieme a Michele Degrassi (Amministratore Delegato di “Friulia Holding”), Raffaella di Sipio (Responsabile Affari Istituzionali di Endesa), Federico Marescotti (Vicepresidente di “Friulia Holding”) e Jesus Olmos (Amministratore Delegato di Endesa Europa)? A ruota di Illy si sono poi prodigati nel promuovere i rigassificatori il Sindaco di Trieste Roberto Dipiazza, gli industriali triestini attraverso il loro Presidente Riccardo Antonini e non ultimo l’attuale Sottosegretario all’Ambiente Roberto Menia.
“Occasione irripetibile per Trieste” dicono tutti: in realtà è quanto mai necessario distinguere fra interessi economici e interessi della città, decidendo una volta per tutte se darle una connotazione di tipo turistico oppure una connotazione di tipo industriale. Non è infatti concepibile dichiararsi portabandiera della chiusura della Ferriera di Servola in quanto incompatibile con le esigenze della città o proporre il “Parco del Mare” e poi essere favorevoli a questo tipo di impianti.
Nessun politico che sia contrario si è espresso in pubblico, troppo rischioso farlo, ne va della loro carriera.
Tutti i Comuni costieri, Slovenia compresa, si sono espressi in maniera contraria.
Sono gli enti della pubblica amministrazione più vicini ai cittadini, ma resteranno inascoltati, decide il Ministero, a Roma.
Nel 1998 ad Aaharus (Danimarca) i Paesi europei hanno sottoscritto la “Convenzione sull’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale”, ratificata dallo Stato italiano con Legge n°108 del 16/03/2001. Tale convenzione prevede tra le altre cose la partecipazione della popolazione al processo decisionale in materia ambientale e tra gli impianti per cui essa è prevista ci sono proprio gli impianti di rigassificazione.
Ai cittadini non è stata data nessuna informazione se non quelle che solo un tecnico come il sottoscritto è in grado di capire, nessun coinvolgimento è stato fatto, nessuna partecipazione ai processi decisionali è stata chiesta. Solo alcuni comitati locali ed associazioni ambientaliste si sono mosse coraggiosamente.
Resteranno inascoltati, decide il profitto, decidono le royalties, decide la borsa valori.
Trieste città della scienza, Trieste città della fisica, Trieste città piena di scienziati, studiosi, docenti, esperti, ricercatori di fama mondiale.
Nessuno di loro è stato chiamato ufficialmente a valutare i progetti. Nessun ente super partes è stato convocato all’esame degli stessi. Le valutazioni tecniche effettuate fino ad oggi si sono basate su perizie di parte presentate e finanziate dalle società proponenti i due progetti. Solo l’encomiabile Dottor Livio Sirovich ha tentato un’accorata difesa delle sue tesi che smontano di fatto la validità del progetto “Zaule” e le capacità tecniche dei suoi promotori.
Resterà inascoltato pure lui, decidono i brillanti tecnici della Regione e dello Stato: sul documento ufficiale della Valutazione di Impatto Ambientale favorevole del Ministero per il rigassificatore di Zaule del 16/07/2008, su 58 firmatari ci sono ben 13 astenuti e 18 assenti, quindi 31 su 58 non si sono espressi a favore, ma ciononostante l’iter prosegue ed anzi sembra oramai giunto al traguardo.
Risulta quindi chiaro che dove politica ed economia si intrecciano come amanti segreti, non vi sono professionisti accreditati, leggi emanate, documenti avvalorati, valutazioni comprovate, rischi paventati o contrarietà espresse che tengano.
Grazie a tutti, ce ne ricorderemo e se ne ricorderanno anche i nostri figli, statene pur certi.
MARCO TORBIANELLI

martedì 10 marzo 2009

SPECIALE RIGASSIFICATORI. NONA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)



Dopo aver evidenziato alcune delle posizioni contrarie ai rigassificatori, nell’ottica del pluralismo del nostro giornale vogliamo oggi parlare di chi invece sostiene i progetti.
Ci riferiamo in particolar modo al Comune di Trieste, agli industriali e all’associazione “Tecnosophia”.
Il Comune di Trieste, per bocca del sindaco Roberto Dipiazza, spinge affinché nella gestione dell’impianto di Zaule venga fatta entrare la multiutility ACEGAS-APS, di cui è socio di maggioranza, con una percentuale di azioni di almeno il 15-20%. In ogni caso il Comune sottolinea con forza sia la creazione di nuovi posti di lavoro che l’impianto comporterà, sia la bonifica di parte del Sito Inquinato di Interesse Nazionale, sia la richiesta fatta nei confronti della società proponente Gas Natural delle cosiddette “royalties”, un emolumento fisso da versare nelle casse del Comune ogni metro cubo di gas prodotto.
Riguardo a questi presunti aspetti positivi, non è ancora chiaro però se come “contropartita” per tenersi il mostro in casa ne deriverebbe una diminuzione del prezzo del gas per gli utenti privati.
Per quanto riguarda il punto di vista degli industriali, vengono messi sul piatto due aspetti principali: il primo è la creazione di una cosiddetta “catena del freddo”, ovverosia la creazione di nuove industrie che possano sfruttare, con opportuni accorgimenti, il freddo generato dall’impianto per rigassificare il GNL. La seconda – non certo di minore importanza – è la possibilità di avere il gas ad un prezzo concorrenziale, elemento che andrebbe ad incidere in maniera positiva sulle spese relative ai processi produttivi.
Infine citiamo l’associazione triestina ONLUS “Tecnosophia” presieduta da Christina Sponza. L’associazione, “fermo restando che debbano essere scrupolosamente ottemperate tutte le condizioni di rispetto delle normative ambientali e di sicurezza” ritiene utile “ribadire la necessità per l’Italia di sfruttare gas proveniente da Paesi il più possibile diversificati, al fine di sottrarci dall’univoco legame con gli attuali principali fornitori (Algeria e Russia);sostenere la diffusione di impianti di rigassificazione che consentano di utilizzare il Gas Naturale Liquefatto, più facilmente trasportabile anche da Stati non collegati tramite gasdotto;responsabilizzare, con la nostra testimonianza, gli enti locali ed i cittadini affinché non prevalgano logiche “non nel mio giardino” ma si collabori agli interessi dell’intera nazione”.
A livello istituzionale va detto comunque che per il rigassificatore di Zaule il Ministero dell’Ambiente ha già dato il suo assenso, così come la Capitaneria di Porto di Trieste e la Soprintendenza, anche se in quest’ultimo caso va comunque detto che il parere positivo – risalente al 4 dicembre 2008 – è condizionato da alcune prescrizioni: i due serbatoi andranno spostati dalle aree verdi presenti e andranno parzialmente interrati in modo da non superare l’altezza fuori terra di venti metri, mentre la linea di costa non potrà essere modificata e conseguentemente le opere a mare andranno arretrate riducendo in tal modo la loro lunghezza di circa la metà. In ogni caso la stessa Soprintendenza ha ribadito che andrà rispettata anche la volontà della Slovenia, che si è però ampiamente opposta al progetto.

SPECIALE RIGASSIFICATORI. NONA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)



Dopo aver evidenziato alcune delle posizioni contrarie ai rigassificatori, nell’ottica del pluralismo del nostro giornale vogliamo oggi parlare di chi invece sostiene i progetti.
Ci riferiamo in particolar modo al Comune di Trieste, agli industriali e all’associazione “Tecnosophia”.
Il Comune di Trieste, per bocca del sindaco Roberto Dipiazza, spinge affinché nella gestione dell’impianto di Zaule venga fatta entrare la multiutility ACEGAS-APS, di cui è socio di maggioranza, con una percentuale di azioni di almeno il 15-20%. In ogni caso il Comune sottolinea con forza sia la creazione di nuovi posti di lavoro che l’impianto comporterà, sia la bonifica di parte del Sito Inquinato di Interesse Nazionale, sia la richiesta fatta nei confronti della società proponente Gas Natural delle cosiddette “royalties”, un emolumento fisso da versare nelle casse del Comune ogni metro cubo di gas prodotto.
Riguardo a questi presunti aspetti positivi, non è ancora chiaro però se come “contropartita” per tenersi il mostro in casa ne deriverebbe una diminuzione del prezzo del gas per gli utenti privati.
Per quanto riguarda il punto di vista degli industriali, vengono messi sul piatto due aspetti principali: il primo è la creazione di una cosiddetta “catena del freddo”, ovverosia la creazione di nuove industrie che possano sfruttare, con opportuni accorgimenti, il freddo generato dall’impianto per rigassificare il GNL. La seconda – non certo di minore importanza – è la possibilità di avere il gas ad un prezzo concorrenziale, elemento che andrebbe ad incidere in maniera positiva sulle spese relative ai processi produttivi.
Infine citiamo l’associazione triestina ONLUS “Tecnosophia” presieduta da Christina Sponza. L’associazione, “fermo restando che debbano essere scrupolosamente ottemperate tutte le condizioni di rispetto delle normative ambientali e di sicurezza” ritiene utile “ribadire la necessità per l’Italia di sfruttare gas proveniente da Paesi il più possibile diversificati, al fine di sottrarci dall’univoco legame con gli attuali principali fornitori (Algeria e Russia);sostenere la diffusione di impianti di rigassificazione che consentano di utilizzare il Gas Naturale Liquefatto, più facilmente trasportabile anche da Stati non collegati tramite gasdotto;responsabilizzare, con la nostra testimonianza, gli enti locali ed i cittadini affinché non prevalgano logiche “non nel mio giardino” ma si collabori agli interessi dell’intera nazione”.
A livello istituzionale va detto comunque che per il rigassificatore di Zaule il Ministero dell’Ambiente ha già dato il suo assenso, così come la Capitaneria di Porto di Trieste e la Soprintendenza, anche se in quest’ultimo caso va comunque detto che il parere positivo – risalente al 4 dicembre 2008 – è condizionato da alcune prescrizioni: i due serbatoi andranno spostati dalle aree verdi presenti e andranno parzialmente interrati in modo da non superare l’altezza fuori terra di venti metri, mentre la linea di costa non potrà essere modificata e conseguentemente le opere a mare andranno arretrate riducendo in tal modo la loro lunghezza di circa la metà. In ogni caso la stessa Soprintendenza ha ribadito che andrà rispettata anche la volontà della Slovenia, che si è però ampiamente opposta al progetto.

SPECIALE RIGASSIFICATORI. NONA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)



Dopo aver evidenziato alcune delle posizioni contrarie ai rigassificatori, nell’ottica del pluralismo del nostro giornale vogliamo oggi parlare di chi invece sostiene i progetti.
Ci riferiamo in particolar modo al Comune di Trieste, agli industriali e all’associazione “Tecnosophia”.
Il Comune di Trieste, per bocca del sindaco Roberto Dipiazza, spinge affinché nella gestione dell’impianto di Zaule venga fatta entrare la multiutility ACEGAS-APS, di cui è socio di maggioranza, con una percentuale di azioni di almeno il 15-20%. In ogni caso il Comune sottolinea con forza sia la creazione di nuovi posti di lavoro che l’impianto comporterà, sia la bonifica di parte del Sito Inquinato di Interesse Nazionale, sia la richiesta fatta nei confronti della società proponente Gas Natural delle cosiddette “royalties”, un emolumento fisso da versare nelle casse del Comune ogni metro cubo di gas prodotto.
Riguardo a questi presunti aspetti positivi, non è ancora chiaro però se come “contropartita” per tenersi il mostro in casa ne deriverebbe una diminuzione del prezzo del gas per gli utenti privati.
Per quanto riguarda il punto di vista degli industriali, vengono messi sul piatto due aspetti principali: il primo è la creazione di una cosiddetta “catena del freddo”, ovverosia la creazione di nuove industrie che possano sfruttare, con opportuni accorgimenti, il freddo generato dall’impianto per rigassificare il GNL. La seconda – non certo di minore importanza – è la possibilità di avere il gas ad un prezzo concorrenziale, elemento che andrebbe ad incidere in maniera positiva sulle spese relative ai processi produttivi.
Infine citiamo l’associazione triestina ONLUS “Tecnosophia” presieduta da Christina Sponza. L’associazione, “fermo restando che debbano essere scrupolosamente ottemperate tutte le condizioni di rispetto delle normative ambientali e di sicurezza” ritiene utile “ribadire la necessità per l’Italia di sfruttare gas proveniente da Paesi il più possibile diversificati, al fine di sottrarci dall’univoco legame con gli attuali principali fornitori (Algeria e Russia);sostenere la diffusione di impianti di rigassificazione che consentano di utilizzare il Gas Naturale Liquefatto, più facilmente trasportabile anche da Stati non collegati tramite gasdotto;responsabilizzare, con la nostra testimonianza, gli enti locali ed i cittadini affinché non prevalgano logiche “non nel mio giardino” ma si collabori agli interessi dell’intera nazione”.
A livello istituzionale va detto comunque che per il rigassificatore di Zaule il Ministero dell’Ambiente ha già dato il suo assenso, così come la Capitaneria di Porto di Trieste e la Soprintendenza, anche se in quest’ultimo caso va comunque detto che il parere positivo – risalente al 4 dicembre 2008 – è condizionato da alcune prescrizioni: i due serbatoi andranno spostati dalle aree verdi presenti e andranno parzialmente interrati in modo da non superare l’altezza fuori terra di venti metri, mentre la linea di costa non potrà essere modificata e conseguentemente le opere a mare andranno arretrate riducendo in tal modo la loro lunghezza di circa la metà. In ogni caso la stessa Soprintendenza ha ribadito che andrà rispettata anche la volontà della Slovenia, che si è però ampiamente opposta al progetto.

martedì 3 marzo 2009

SPECIALE RIGASSIFICATORI. SETTIMA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)



Nella puntata odierna vogliamo trattare i “pro” e i “contro” del progetto del rigassificatore a terra da realizzarsi nella zona “Ex Esso” a Zaule, nel Comune di Trieste, valutando come per quello precedente impatto visivo, impatto ambientale, impatto sul traffico navale, impatto sulla sicurezza.
L’impatto visivo del terminal on-shore è sicuramente importante: l’altezza fuori terra di quasi 50 metri ed il diametro dei due serbatoi per il contenimento del gas si noterebbero a chilometri di distanza ed andrebbero ad inserirsi in maniera determinante in un panorama che, per quanto ricco di strutture industriali, è abbastanza armonizzato con il paesaggio.
Per l’impatto ambientale vanno fatte le medesime considerazioni sull’utilizzo dell’acqua di mare fatte per il terminal off-shore, precisando comunque che il braccio di mare è molto stretto e non si avrebbe un ricambio d’acqua sufficiente per evitare un repentino raffreddamento dell’acqua. Per questo terminal non è comunque prevista una centrale elettrica a bordo, ma va evidenziata una certa vicinanza con la centrale elettrica della Ferriera, quindi si potrebbe anche qui pensare ad un ciclo chiuso che non utilizzi l’acqua marina.
Riguardo poi al sito dove si andrebbe ad inserire il terminal, esso fa parte del Sito Inquinato di Interesse Nazionale che, in quanto tale, andrà obbligatoriamente bonificato prima di realizzare l’impianto: questo è uno dei presunti vantaggi sbandierati ai quattro venti da tutti i sostenitori del progetto, i quali però non spiegano che la parte che andrebbe bonificata è una minima parte di tutto il sito e comunque non è la parte maggiormente inquinata.
L’impatto sul traffico navale, commerciale, turistico ed ittico è assolutamente non trascurabile. L’accesso al pontile del terminal avverrebbe attraverso il cosiddetto “canale sud” del Porto di Trieste, già ampiamente utilizzato dalle petroliere che vanno ad attraccarsi ad uno dei quattro attracchi al pontile della S.I.O.T., punto iniziale della condotta che porta il greggio in Germania. Il traffico annuale delle petroliere è di circa 450 unità, con un tempo medio di permanenza all’attracco di circa un giorno.
Il pontile del terminal di rigassificazione è a circa 500 metri dal pontile della S.I.O.T. e qui si prevede un traffico annuale di 110 unità. A conti fatti ci sarebbe un aumento del 25% del traffico navale nel “canale sud”, come questo possa essere giudicato “ininfluente” dalla Capitaneria di Porto è un mistero. Altri due problemi derivano dalla manovra di attracco delle metaniere: oltre al passaggio a poche centinaia di metri dall’abitato di Muggia, nel corso di tale manovra il movimento delle eliche porterebbe in sospensione in acqua i materiali depositati sui fondali – profondi al massimo 22 metri – per i quali è stata più volte accertata la natura fortemente inquinante.
Il problema più grosso è comunque quello della sicurezza: trattandosi di un impianto a rischio di incidente rilevante ed essendo, in quanto tale, sottoposto alla “Direttiva Seveso 3”, riteniamo che la posizione scelta sia eccessivamente pericolosa, considerata tanto la breve distanza con zone densamente popolate quali Servola, Borgo San Sergio, Aquilinia e Muggia, quanto la presenza nelle immediate vicinanze di industrie quali la Ferriera di Servola, la Linde Gas S.p.A., la Alder S.p.A., il termovalorizzatore ACEGAS, il terminal a mare dell’oleodotto transalpino S.I.O.T. ed i depositi costieri di carburante. La citata direttiva afferma testualmente che “nelle zone interessate dagli stabilimenti di cui all’articolo 2, comma 1, gli enti territoriali tengono conto, nell’elaborazione degli strumenti di pianificazione dell’assetto del territorio, della necessità di prevedere e mantenere opportune distanze tra gli stabilimenti e le zone residenziali, gli edifici e le zone frequentate dal pubblico, le vie di trasporto principali, […omissis…]”
Ci riesce quindi particolarmente difficile trovare particolari elementi a favore di questo impianto ed anzi, proprio la scelta dell’ubicazione risulta decisamente azzardata e completamente insostenibile.
MARCO TORBIANELLI

SPECIALE RIGASSIFICATORI. SETTIMA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)



Nella puntata odierna vogliamo trattare i “pro” e i “contro” del progetto del rigassificatore a terra da realizzarsi nella zona “Ex Esso” a Zaule, nel Comune di Trieste, valutando come per quello precedente impatto visivo, impatto ambientale, impatto sul traffico navale, impatto sulla sicurezza.
L’impatto visivo del terminal on-shore è sicuramente importante: l’altezza fuori terra di quasi 50 metri ed il diametro dei due serbatoi per il contenimento del gas si noterebbero a chilometri di distanza ed andrebbero ad inserirsi in maniera determinante in un panorama che, per quanto ricco di strutture industriali, è abbastanza armonizzato con il paesaggio.
Per l’impatto ambientale vanno fatte le medesime considerazioni sull’utilizzo dell’acqua di mare fatte per il terminal off-shore, precisando comunque che il braccio di mare è molto stretto e non si avrebbe un ricambio d’acqua sufficiente per evitare un repentino raffreddamento dell’acqua. Per questo terminal non è comunque prevista una centrale elettrica a bordo, ma va evidenziata una certa vicinanza con la centrale elettrica della Ferriera, quindi si potrebbe anche qui pensare ad un ciclo chiuso che non utilizzi l’acqua marina.
Riguardo poi al sito dove si andrebbe ad inserire il terminal, esso fa parte del Sito Inquinato di Interesse Nazionale che, in quanto tale, andrà obbligatoriamente bonificato prima di realizzare l’impianto: questo è uno dei presunti vantaggi sbandierati ai quattro venti da tutti i sostenitori del progetto, i quali però non spiegano che la parte che andrebbe bonificata è una minima parte di tutto il sito e comunque non è la parte maggiormente inquinata.
L’impatto sul traffico navale, commerciale, turistico ed ittico è assolutamente non trascurabile. L’accesso al pontile del terminal avverrebbe attraverso il cosiddetto “canale sud” del Porto di Trieste, già ampiamente utilizzato dalle petroliere che vanno ad attraccarsi ad uno dei quattro attracchi al pontile della S.I.O.T., punto iniziale della condotta che porta il greggio in Germania. Il traffico annuale delle petroliere è di circa 450 unità, con un tempo medio di permanenza all’attracco di circa un giorno.
Il pontile del terminal di rigassificazione è a circa 500 metri dal pontile della S.I.O.T. e qui si prevede un traffico annuale di 110 unità. A conti fatti ci sarebbe un aumento del 25% del traffico navale nel “canale sud”, come questo possa essere giudicato “ininfluente” dalla Capitaneria di Porto è un mistero. Altri due problemi derivano dalla manovra di attracco delle metaniere: oltre al passaggio a poche centinaia di metri dall’abitato di Muggia, nel corso di tale manovra il movimento delle eliche porterebbe in sospensione in acqua i materiali depositati sui fondali – profondi al massimo 22 metri – per i quali è stata più volte accertata la natura fortemente inquinante.
Il problema più grosso è comunque quello della sicurezza: trattandosi di un impianto a rischio di incidente rilevante ed essendo, in quanto tale, sottoposto alla “Direttiva Seveso 3”, riteniamo che la posizione scelta sia eccessivamente pericolosa, considerata tanto la breve distanza con zone densamente popolate quali Servola, Borgo San Sergio, Aquilinia e Muggia, quanto la presenza nelle immediate vicinanze di industrie quali la Ferriera di Servola, la Linde Gas S.p.A., la Alder S.p.A., il termovalorizzatore ACEGAS, il terminal a mare dell’oleodotto transalpino S.I.O.T. ed i depositi costieri di carburante. La citata direttiva afferma testualmente che “nelle zone interessate dagli stabilimenti di cui all’articolo 2, comma 1, gli enti territoriali tengono conto, nell’elaborazione degli strumenti di pianificazione dell’assetto del territorio, della necessità di prevedere e mantenere opportune distanze tra gli stabilimenti e le zone residenziali, gli edifici e le zone frequentate dal pubblico, le vie di trasporto principali, […omissis…]”
Ci riesce quindi particolarmente difficile trovare particolari elementi a favore di questo impianto ed anzi, proprio la scelta dell’ubicazione risulta decisamente azzardata e completamente insostenibile.
MARCO TORBIANELLI

SPECIALE RIGASSIFICATORI. SETTIMA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)



Nella puntata odierna vogliamo trattare i “pro” e i “contro” del progetto del rigassificatore a terra da realizzarsi nella zona “Ex Esso” a Zaule, nel Comune di Trieste, valutando come per quello precedente impatto visivo, impatto ambientale, impatto sul traffico navale, impatto sulla sicurezza.
L’impatto visivo del terminal on-shore è sicuramente importante: l’altezza fuori terra di quasi 50 metri ed il diametro dei due serbatoi per il contenimento del gas si noterebbero a chilometri di distanza ed andrebbero ad inserirsi in maniera determinante in un panorama che, per quanto ricco di strutture industriali, è abbastanza armonizzato con il paesaggio.
Per l’impatto ambientale vanno fatte le medesime considerazioni sull’utilizzo dell’acqua di mare fatte per il terminal off-shore, precisando comunque che il braccio di mare è molto stretto e non si avrebbe un ricambio d’acqua sufficiente per evitare un repentino raffreddamento dell’acqua. Per questo terminal non è comunque prevista una centrale elettrica a bordo, ma va evidenziata una certa vicinanza con la centrale elettrica della Ferriera, quindi si potrebbe anche qui pensare ad un ciclo chiuso che non utilizzi l’acqua marina.
Riguardo poi al sito dove si andrebbe ad inserire il terminal, esso fa parte del Sito Inquinato di Interesse Nazionale che, in quanto tale, andrà obbligatoriamente bonificato prima di realizzare l’impianto: questo è uno dei presunti vantaggi sbandierati ai quattro venti da tutti i sostenitori del progetto, i quali però non spiegano che la parte che andrebbe bonificata è una minima parte di tutto il sito e comunque non è la parte maggiormente inquinata.
L’impatto sul traffico navale, commerciale, turistico ed ittico è assolutamente non trascurabile. L’accesso al pontile del terminal avverrebbe attraverso il cosiddetto “canale sud” del Porto di Trieste, già ampiamente utilizzato dalle petroliere che vanno ad attraccarsi ad uno dei quattro attracchi al pontile della S.I.O.T., punto iniziale della condotta che porta il greggio in Germania. Il traffico annuale delle petroliere è di circa 450 unità, con un tempo medio di permanenza all’attracco di circa un giorno.
Il pontile del terminal di rigassificazione è a circa 500 metri dal pontile della S.I.O.T. e qui si prevede un traffico annuale di 110 unità. A conti fatti ci sarebbe un aumento del 25% del traffico navale nel “canale sud”, come questo possa essere giudicato “ininfluente” dalla Capitaneria di Porto è un mistero. Altri due problemi derivano dalla manovra di attracco delle metaniere: oltre al passaggio a poche centinaia di metri dall’abitato di Muggia, nel corso di tale manovra il movimento delle eliche porterebbe in sospensione in acqua i materiali depositati sui fondali – profondi al massimo 22 metri – per i quali è stata più volte accertata la natura fortemente inquinante.
Il problema più grosso è comunque quello della sicurezza: trattandosi di un impianto a rischio di incidente rilevante ed essendo, in quanto tale, sottoposto alla “Direttiva Seveso 3”, riteniamo che la posizione scelta sia eccessivamente pericolosa, considerata tanto la breve distanza con zone densamente popolate quali Servola, Borgo San Sergio, Aquilinia e Muggia, quanto la presenza nelle immediate vicinanze di industrie quali la Ferriera di Servola, la Linde Gas S.p.A., la Alder S.p.A., il termovalorizzatore ACEGAS, il terminal a mare dell’oleodotto transalpino S.I.O.T. ed i depositi costieri di carburante. La citata direttiva afferma testualmente che “nelle zone interessate dagli stabilimenti di cui all’articolo 2, comma 1, gli enti territoriali tengono conto, nell’elaborazione degli strumenti di pianificazione dell’assetto del territorio, della necessità di prevedere e mantenere opportune distanze tra gli stabilimenti e le zone residenziali, gli edifici e le zone frequentate dal pubblico, le vie di trasporto principali, […omissis…]”
Ci riesce quindi particolarmente difficile trovare particolari elementi a favore di questo impianto ed anzi, proprio la scelta dell’ubicazione risulta decisamente azzardata e completamente insostenibile.
MARCO TORBIANELLI

venerdì 27 febbraio 2009

SPECIALE RIGASSIFICATORI. SESTA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)



Nella puntata odierna vogliamo trattare i “pro” e i “contro” del progetto del rigassificatore “Alpi Adriatico” da realizzarsi in mezzo al Golfo.
Per fare un parallelo con l’altro progetto, di cui parleremo nella prossima puntata, soffermeremo la nostra attenzione su quattro elementi fondamentali: impatto visivo, impatto ambientale, impatto sul traffico navale, impatto sulla sicurezza.
L’impatto visivo del terminal off-shore è da considerarsi da due punti di vista, il primo razionale, il secondo emotivo. Dal punto di vista razionale, basandosi esclusivamente sui foto inserimenti da Muggia e da Grado che sono allegati al progetto, si può affermare che data la distanza di almeno dodici chilometri dalla costa, la presenza del terminal è quasi impercettibile, lo si può tranquillamente “confondere” con una delle tante petroliere o navi cargo che normalmente transitano nel nostro Golfo. Dal punto di vista emotivo è naturalmente impensabile osservare il panorama del nostro Golfo da terra o dal mare con questo “neo” proprio nel mezzo, che per quanto piccolo, mal si colloca e crea sicuramente fastidio e imbarazzo.
L’impatto ambientale va valutato in primo luogo nei confronti delle oasi faunistiche presenti in vicinanza dello spiaggiamento della condotta sottomarina. Per quanto sicuramente nel corso della posa in opera delle tubazioni vi saranno notevoli disagi, si ritiene che ad opera compiuta non vi saranno particolari preclusioni per gli animali di queste zone.
In secondo luogo vanno valutate le conseguenze dell’utilizzo dell’acqua di mare (tema trattato nella puntata precedente) nei confronti della flora e della fauna ittica: per diminuire il prelievo dell’acqua marina si potrebbe utilizzare per la rigassificazione parte del calore prodotto dalla centrale elettrica prevista a bordo della piattaforma (aumentandone eventualmente la potenza elettrica).
Proprio su questo punto si fondano i maggiori dubbi, perché la società proponente è la stessa che è proprietaria della centrale termoelettrica di Monfalcone, per la quale si è già provveduto alla riconversione di un ciclo produttivo da carbone a gas. Non si capisce infatti come mai non si sia pensato di aumentare la potenza prodotta dalla centrale elettrica del terminal, in modo da creare la quantità di calore necessaria per il ciclo di rigassificazione, creando quindi un ciclo chiuso (closed loop) invece del previsto ciclo aperto (open loop). In questo modo, non solo non verrebbe utilizzata l’acqua di mare, ma si potrebbe portare fino alla centrale di Monfalcone l’energia elettrica prodotta in eccesso, unitamente al gas necessario alla produzione in loco di energia elettrica.
Riguardo il traffico marittimo, se è vero che il terminal è previsto in un punto alquanto lontano dalle rotte navali, va sottolineato che il codice internazionale della navigazione prevede distanze minime di una certa consistenza da mantenere nei confronti di una nave metaniera e questo potrebbe creare notevoli problemi alle navi più grandi.
Il problema della sicurezza dell’impianto e dei pericoli derivanti dalle manovre di attracco è di minimo interesse, dal momento che la distanza dai centri abitati è notevole: andranno naturalmente realizzate tutte le necessarie valutazioni per le imbarcazioni di passaggio, che dovranno mantenersi a debita distanza.
Concludendo, al di là dell’impatto visivo e di quanto questo possa incidere sul turismo, non vediamo controindicazioni per questo progetto, soprattutto se potranno venir prese in considerazione le valutazioni inerenti il collegamento del terminal alla centrale elettrica di Monfalcone.

MARCO TORBIANELLI

SPECIALE RIGASSIFICATORI. SESTA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)



Nella puntata odierna vogliamo trattare i “pro” e i “contro” del progetto del rigassificatore “Alpi Adriatico” da realizzarsi in mezzo al Golfo.
Per fare un parallelo con l’altro progetto, di cui parleremo nella prossima puntata, soffermeremo la nostra attenzione su quattro elementi fondamentali: impatto visivo, impatto ambientale, impatto sul traffico navale, impatto sulla sicurezza.
L’impatto visivo del terminal off-shore è da considerarsi da due punti di vista, il primo razionale, il secondo emotivo. Dal punto di vista razionale, basandosi esclusivamente sui foto inserimenti da Muggia e da Grado che sono allegati al progetto, si può affermare che data la distanza di almeno dodici chilometri dalla costa, la presenza del terminal è quasi impercettibile, lo si può tranquillamente “confondere” con una delle tante petroliere o navi cargo che normalmente transitano nel nostro Golfo. Dal punto di vista emotivo è naturalmente impensabile osservare il panorama del nostro Golfo da terra o dal mare con questo “neo” proprio nel mezzo, che per quanto piccolo, mal si colloca e crea sicuramente fastidio e imbarazzo.
L’impatto ambientale va valutato in primo luogo nei confronti delle oasi faunistiche presenti in vicinanza dello spiaggiamento della condotta sottomarina. Per quanto sicuramente nel corso della posa in opera delle tubazioni vi saranno notevoli disagi, si ritiene che ad opera compiuta non vi saranno particolari preclusioni per gli animali di queste zone.
In secondo luogo vanno valutate le conseguenze dell’utilizzo dell’acqua di mare (tema trattato nella puntata precedente) nei confronti della flora e della fauna ittica: per diminuire il prelievo dell’acqua marina si potrebbe utilizzare per la rigassificazione parte del calore prodotto dalla centrale elettrica prevista a bordo della piattaforma (aumentandone eventualmente la potenza elettrica).
Proprio su questo punto si fondano i maggiori dubbi, perché la società proponente è la stessa che è proprietaria della centrale termoelettrica di Monfalcone, per la quale si è già provveduto alla riconversione di un ciclo produttivo da carbone a gas. Non si capisce infatti come mai non si sia pensato di aumentare la potenza prodotta dalla centrale elettrica del terminal, in modo da creare la quantità di calore necessaria per il ciclo di rigassificazione, creando quindi un ciclo chiuso (closed loop) invece del previsto ciclo aperto (open loop). In questo modo, non solo non verrebbe utilizzata l’acqua di mare, ma si potrebbe portare fino alla centrale di Monfalcone l’energia elettrica prodotta in eccesso, unitamente al gas necessario alla produzione in loco di energia elettrica.
Riguardo il traffico marittimo, se è vero che il terminal è previsto in un punto alquanto lontano dalle rotte navali, va sottolineato che il codice internazionale della navigazione prevede distanze minime di una certa consistenza da mantenere nei confronti di una nave metaniera e questo potrebbe creare notevoli problemi alle navi più grandi.
Il problema della sicurezza dell’impianto e dei pericoli derivanti dalle manovre di attracco è di minimo interesse, dal momento che la distanza dai centri abitati è notevole: andranno naturalmente realizzate tutte le necessarie valutazioni per le imbarcazioni di passaggio, che dovranno mantenersi a debita distanza.
Concludendo, al di là dell’impatto visivo e di quanto questo possa incidere sul turismo, non vediamo controindicazioni per questo progetto, soprattutto se potranno venir prese in considerazione le valutazioni inerenti il collegamento del terminal alla centrale elettrica di Monfalcone.

MARCO TORBIANELLI

SPECIALE RIGASSIFICATORI. SESTA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)



Nella puntata odierna vogliamo trattare i “pro” e i “contro” del progetto del rigassificatore “Alpi Adriatico” da realizzarsi in mezzo al Golfo.
Per fare un parallelo con l’altro progetto, di cui parleremo nella prossima puntata, soffermeremo la nostra attenzione su quattro elementi fondamentali: impatto visivo, impatto ambientale, impatto sul traffico navale, impatto sulla sicurezza.
L’impatto visivo del terminal off-shore è da considerarsi da due punti di vista, il primo razionale, il secondo emotivo. Dal punto di vista razionale, basandosi esclusivamente sui foto inserimenti da Muggia e da Grado che sono allegati al progetto, si può affermare che data la distanza di almeno dodici chilometri dalla costa, la presenza del terminal è quasi impercettibile, lo si può tranquillamente “confondere” con una delle tante petroliere o navi cargo che normalmente transitano nel nostro Golfo. Dal punto di vista emotivo è naturalmente impensabile osservare il panorama del nostro Golfo da terra o dal mare con questo “neo” proprio nel mezzo, che per quanto piccolo, mal si colloca e crea sicuramente fastidio e imbarazzo.
L’impatto ambientale va valutato in primo luogo nei confronti delle oasi faunistiche presenti in vicinanza dello spiaggiamento della condotta sottomarina. Per quanto sicuramente nel corso della posa in opera delle tubazioni vi saranno notevoli disagi, si ritiene che ad opera compiuta non vi saranno particolari preclusioni per gli animali di queste zone.
In secondo luogo vanno valutate le conseguenze dell’utilizzo dell’acqua di mare (tema trattato nella puntata precedente) nei confronti della flora e della fauna ittica: per diminuire il prelievo dell’acqua marina si potrebbe utilizzare per la rigassificazione parte del calore prodotto dalla centrale elettrica prevista a bordo della piattaforma (aumentandone eventualmente la potenza elettrica).
Proprio su questo punto si fondano i maggiori dubbi, perché la società proponente è la stessa che è proprietaria della centrale termoelettrica di Monfalcone, per la quale si è già provveduto alla riconversione di un ciclo produttivo da carbone a gas. Non si capisce infatti come mai non si sia pensato di aumentare la potenza prodotta dalla centrale elettrica del terminal, in modo da creare la quantità di calore necessaria per il ciclo di rigassificazione, creando quindi un ciclo chiuso (closed loop) invece del previsto ciclo aperto (open loop). In questo modo, non solo non verrebbe utilizzata l’acqua di mare, ma si potrebbe portare fino alla centrale di Monfalcone l’energia elettrica prodotta in eccesso, unitamente al gas necessario alla produzione in loco di energia elettrica.
Riguardo il traffico marittimo, se è vero che il terminal è previsto in un punto alquanto lontano dalle rotte navali, va sottolineato che il codice internazionale della navigazione prevede distanze minime di una certa consistenza da mantenere nei confronti di una nave metaniera e questo potrebbe creare notevoli problemi alle navi più grandi.
Il problema della sicurezza dell’impianto e dei pericoli derivanti dalle manovre di attracco è di minimo interesse, dal momento che la distanza dai centri abitati è notevole: andranno naturalmente realizzate tutte le necessarie valutazioni per le imbarcazioni di passaggio, che dovranno mantenersi a debita distanza.
Concludendo, al di là dell’impatto visivo e di quanto questo possa incidere sul turismo, non vediamo controindicazioni per questo progetto, soprattutto se potranno venir prese in considerazione le valutazioni inerenti il collegamento del terminal alla centrale elettrica di Monfalcone.

MARCO TORBIANELLI

martedì 24 febbraio 2009

SPECIALE RIGASSIFICATORI. QUINTA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)


Fino ad oggi ci siamo limitati a descrivere in linea generale i terminal di rigassificazione proposti nelle nostre zone e abbiamo fatto il punto sulla situazione attuale della produzione energetica e del mercato internazionale del gas.
Vogliamo ora soffermarci sulle problematiche annesse alla produzione di gas attraverso questi impianti, suddividendole in ambientali, marittime e di sicurezza.
Le problematiche ambientali afferiscono tanto all’atmosfera, quanto al mare.
Riguardo all’atmosfera, in base ad un rapporto dell’EPA (Environmental Protection Agency – Agenzia per la Protezione dell’Ambiente) Americano, "Le caratteristiche chimiche del metano e le interazioni con l’atmosfera concorrono in modo significativo all’effetto serra. […] Il metano (incombusto) produce, a parità di peso, un effetto serra circa 21 volte maggiore di quello prodotto dal biossido di carbonio (CO2).” Questo fa capire che eventuali fughe di gas metano nel processo di rigassificazione – del tutto normali e previste, anche se imprevedibili in quantità – parteciperebbero in maniera non indifferente all’effetto serra, andando quindi in direzione diametralmente opposta agli accordi previsti dal protocollo di Kyoto (va ricordato che gli Stati Uniti d’America non lo hanno sottoscritto, mentre l’Italia si).
Inoltre secondo studi accreditati (Doyle, Energy geopolitics, Scientific American, 2004) il trasferimento del gas naturale via mare con metaniere è un processo che richiede molta energia e implica una gestione costosa e complessa; ogni gasiera di GNL, consumando circa cento tonnellate di carburante al giorno, produce emissioni più nocive di quelle provenienti dalle centrali termiche attualmente in uso.
Riguardo la fauna marina va considerato l’utilizzo di acqua di mare per il processo di rigassificazione: la stessa, una volta ceduto il suo contenuto termico al gas per riscaldarlo, viene immessa nuovamente in mare. Il prelievo di acqua marina, stimato in 38.000 mc/h, porterebbe nel ciclo produttivo una quantità di acqua tale per cui si rende necessario l’utilizzo di 2 p.p.m. (parti per milione) di ipoclorito di sodio (candeggina) per non incrostare le tubature; per fare un paragone si sottolinea che la quantità immessa nelle tubature degli acquedotti è mediamente pari a 0,15 p.p.m.. Tale quantità, una volta immessa, rimane all’interno dell’acqua che viene poi restituita al mare al termine del ciclo produttivo, andando quindi ad inserirsi all’interno dell’ecosistema marino con comprensibili possibili danni a flora e fauna.
L’acqua restituita al mare da parte del ciclo produttivo, inoltre, ha una temperatura di 5°C inferiore rispetto a quando viene prelevata; di conseguenza quest’acqua si dirigerebbe verso i fondali marini, contribuendo a portare verso gli stessi, oltre che uno scambio termico non indifferente, l’ipoclorito di sodio citato in precedenza.
Il problema dell’acqua fredda e dell’ipoclorito di sodio va riferito naturalmente al periodo di funzionamento previsto dell’impianto, ovverosia circa 330 giorni all’anno per trent’anni. Biologi e ricercatori affermano che il Golfo di Trieste, sia per caratteristiche morofologiche, che per caratteristiche di maree, correnti e vento, non garantisce un ricambio d’acqua tale da rendere tale problema ininfluente.
Dal punto di vista del traffico marittimo, tutti i sostenitori di questi impianti e soprattutto le varie Capitanerie di Porto hanno fatto a gara per sottolineare che, nonostante l’elevato numero di navi metaniere che ciascuno dei due impianti porterebbe (senza considerare la possibilità che possano essere realizzati entrambi), non vi sarebbero problemi di integrazione con l’esistente traffico marittimo.
A nostro avviso, considerando la movimentazione di metaniere che un impianto di rigassificazione comporta, risulta difficile pensare che – in un Golfo piccolo e stretto come il nostro – non vi possano essere ripercussioni sul traffico delle navi merci e delle petroliere, per non parlare delle navi da crociera, dei traghetti e di tutte le attività diportistiche private. Tale considerazione viene fatta soprattutto in considerazione dell’elevato sistema di sicurezza che la movimentazione delle metaniere impone, sia durante il loro viaggio, sia durante la loro permanenza all’attracco dell’impianto, che prevede, tra le altre cose, distanze minime non indifferenti da mantenere nei loro confronti.
Riguardo specificatamente alla sicurezza, non sono note le possibili dinamiche e le possibili conseguenze di una fuoriuscita di GNL: ciò impone ai progettisti delle semplificazioni e delle ipotesi puramente teoriche e che, in quanto tali, non possono certo essere esaustive, pur affermando gli stessi che gli impianti di rigassificazione sarebbero (il condizionale è d’obbligo) più sicuri delle centrali nucleari. Ammesso e non concesso che ciò sia vero, va considerato non solo il terminal nel suo normale ciclo di funzionamento, ma tutto l’apparato circostante, con particolare riferimento alle manovre di attracco delle navi metaniere. In questo senso, se un terminal in mezzo al mare può dare sufficienti garanzie in caso di eventi catastrofici, lo stesso non si può certo dire per uno a terra, soprattutto se installato in una zona non adeguatamente lontana da centri abitati o da altri siti industriali.
MARCO TORBIANELLI

SPECIALE RIGASSIFICATORI. QUINTA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)


Fino ad oggi ci siamo limitati a descrivere in linea generale i terminal di rigassificazione proposti nelle nostre zone e abbiamo fatto il punto sulla situazione attuale della produzione energetica e del mercato internazionale del gas.
Vogliamo ora soffermarci sulle problematiche annesse alla produzione di gas attraverso questi impianti, suddividendole in ambientali, marittime e di sicurezza.
Le problematiche ambientali afferiscono tanto all’atmosfera, quanto al mare.
Riguardo all’atmosfera, in base ad un rapporto dell’EPA (Environmental Protection Agency – Agenzia per la Protezione dell’Ambiente) Americano, "Le caratteristiche chimiche del metano e le interazioni con l’atmosfera concorrono in modo significativo all’effetto serra. […] Il metano (incombusto) produce, a parità di peso, un effetto serra circa 21 volte maggiore di quello prodotto dal biossido di carbonio (CO2).” Questo fa capire che eventuali fughe di gas metano nel processo di rigassificazione – del tutto normali e previste, anche se imprevedibili in quantità – parteciperebbero in maniera non indifferente all’effetto serra, andando quindi in direzione diametralmente opposta agli accordi previsti dal protocollo di Kyoto (va ricordato che gli Stati Uniti d’America non lo hanno sottoscritto, mentre l’Italia si).
Inoltre secondo studi accreditati (Doyle, Energy geopolitics, Scientific American, 2004) il trasferimento del gas naturale via mare con metaniere è un processo che richiede molta energia e implica una gestione costosa e complessa; ogni gasiera di GNL, consumando circa cento tonnellate di carburante al giorno, produce emissioni più nocive di quelle provenienti dalle centrali termiche attualmente in uso.
Riguardo la fauna marina va considerato l’utilizzo di acqua di mare per il processo di rigassificazione: la stessa, una volta ceduto il suo contenuto termico al gas per riscaldarlo, viene immessa nuovamente in mare. Il prelievo di acqua marina, stimato in 38.000 mc/h, porterebbe nel ciclo produttivo una quantità di acqua tale per cui si rende necessario l’utilizzo di 2 p.p.m. (parti per milione) di ipoclorito di sodio (candeggina) per non incrostare le tubature; per fare un paragone si sottolinea che la quantità immessa nelle tubature degli acquedotti è mediamente pari a 0,15 p.p.m.. Tale quantità, una volta immessa, rimane all’interno dell’acqua che viene poi restituita al mare al termine del ciclo produttivo, andando quindi ad inserirsi all’interno dell’ecosistema marino con comprensibili possibili danni a flora e fauna.
L’acqua restituita al mare da parte del ciclo produttivo, inoltre, ha una temperatura di 5°C inferiore rispetto a quando viene prelevata; di conseguenza quest’acqua si dirigerebbe verso i fondali marini, contribuendo a portare verso gli stessi, oltre che uno scambio termico non indifferente, l’ipoclorito di sodio citato in precedenza.
Il problema dell’acqua fredda e dell’ipoclorito di sodio va riferito naturalmente al periodo di funzionamento previsto dell’impianto, ovverosia circa 330 giorni all’anno per trent’anni. Biologi e ricercatori affermano che il Golfo di Trieste, sia per caratteristiche morofologiche, che per caratteristiche di maree, correnti e vento, non garantisce un ricambio d’acqua tale da rendere tale problema ininfluente.
Dal punto di vista del traffico marittimo, tutti i sostenitori di questi impianti e soprattutto le varie Capitanerie di Porto hanno fatto a gara per sottolineare che, nonostante l’elevato numero di navi metaniere che ciascuno dei due impianti porterebbe (senza considerare la possibilità che possano essere realizzati entrambi), non vi sarebbero problemi di integrazione con l’esistente traffico marittimo.
A nostro avviso, considerando la movimentazione di metaniere che un impianto di rigassificazione comporta, risulta difficile pensare che – in un Golfo piccolo e stretto come il nostro – non vi possano essere ripercussioni sul traffico delle navi merci e delle petroliere, per non parlare delle navi da crociera, dei traghetti e di tutte le attività diportistiche private. Tale considerazione viene fatta soprattutto in considerazione dell’elevato sistema di sicurezza che la movimentazione delle metaniere impone, sia durante il loro viaggio, sia durante la loro permanenza all’attracco dell’impianto, che prevede, tra le altre cose, distanze minime non indifferenti da mantenere nei loro confronti.
Riguardo specificatamente alla sicurezza, non sono note le possibili dinamiche e le possibili conseguenze di una fuoriuscita di GNL: ciò impone ai progettisti delle semplificazioni e delle ipotesi puramente teoriche e che, in quanto tali, non possono certo essere esaustive, pur affermando gli stessi che gli impianti di rigassificazione sarebbero (il condizionale è d’obbligo) più sicuri delle centrali nucleari. Ammesso e non concesso che ciò sia vero, va considerato non solo il terminal nel suo normale ciclo di funzionamento, ma tutto l’apparato circostante, con particolare riferimento alle manovre di attracco delle navi metaniere. In questo senso, se un terminal in mezzo al mare può dare sufficienti garanzie in caso di eventi catastrofici, lo stesso non si può certo dire per uno a terra, soprattutto se installato in una zona non adeguatamente lontana da centri abitati o da altri siti industriali.
MARCO TORBIANELLI

SPECIALE RIGASSIFICATORI. QUINTA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)


Fino ad oggi ci siamo limitati a descrivere in linea generale i terminal di rigassificazione proposti nelle nostre zone e abbiamo fatto il punto sulla situazione attuale della produzione energetica e del mercato internazionale del gas.
Vogliamo ora soffermarci sulle problematiche annesse alla produzione di gas attraverso questi impianti, suddividendole in ambientali, marittime e di sicurezza.
Le problematiche ambientali afferiscono tanto all’atmosfera, quanto al mare.
Riguardo all’atmosfera, in base ad un rapporto dell’EPA (Environmental Protection Agency – Agenzia per la Protezione dell’Ambiente) Americano, "Le caratteristiche chimiche del metano e le interazioni con l’atmosfera concorrono in modo significativo all’effetto serra. […] Il metano (incombusto) produce, a parità di peso, un effetto serra circa 21 volte maggiore di quello prodotto dal biossido di carbonio (CO2).” Questo fa capire che eventuali fughe di gas metano nel processo di rigassificazione – del tutto normali e previste, anche se imprevedibili in quantità – parteciperebbero in maniera non indifferente all’effetto serra, andando quindi in direzione diametralmente opposta agli accordi previsti dal protocollo di Kyoto (va ricordato che gli Stati Uniti d’America non lo hanno sottoscritto, mentre l’Italia si).
Inoltre secondo studi accreditati (Doyle, Energy geopolitics, Scientific American, 2004) il trasferimento del gas naturale via mare con metaniere è un processo che richiede molta energia e implica una gestione costosa e complessa; ogni gasiera di GNL, consumando circa cento tonnellate di carburante al giorno, produce emissioni più nocive di quelle provenienti dalle centrali termiche attualmente in uso.
Riguardo la fauna marina va considerato l’utilizzo di acqua di mare per il processo di rigassificazione: la stessa, una volta ceduto il suo contenuto termico al gas per riscaldarlo, viene immessa nuovamente in mare. Il prelievo di acqua marina, stimato in 38.000 mc/h, porterebbe nel ciclo produttivo una quantità di acqua tale per cui si rende necessario l’utilizzo di 2 p.p.m. (parti per milione) di ipoclorito di sodio (candeggina) per non incrostare le tubature; per fare un paragone si sottolinea che la quantità immessa nelle tubature degli acquedotti è mediamente pari a 0,15 p.p.m.. Tale quantità, una volta immessa, rimane all’interno dell’acqua che viene poi restituita al mare al termine del ciclo produttivo, andando quindi ad inserirsi all’interno dell’ecosistema marino con comprensibili possibili danni a flora e fauna.
L’acqua restituita al mare da parte del ciclo produttivo, inoltre, ha una temperatura di 5°C inferiore rispetto a quando viene prelevata; di conseguenza quest’acqua si dirigerebbe verso i fondali marini, contribuendo a portare verso gli stessi, oltre che uno scambio termico non indifferente, l’ipoclorito di sodio citato in precedenza.
Il problema dell’acqua fredda e dell’ipoclorito di sodio va riferito naturalmente al periodo di funzionamento previsto dell’impianto, ovverosia circa 330 giorni all’anno per trent’anni. Biologi e ricercatori affermano che il Golfo di Trieste, sia per caratteristiche morofologiche, che per caratteristiche di maree, correnti e vento, non garantisce un ricambio d’acqua tale da rendere tale problema ininfluente.
Dal punto di vista del traffico marittimo, tutti i sostenitori di questi impianti e soprattutto le varie Capitanerie di Porto hanno fatto a gara per sottolineare che, nonostante l’elevato numero di navi metaniere che ciascuno dei due impianti porterebbe (senza considerare la possibilità che possano essere realizzati entrambi), non vi sarebbero problemi di integrazione con l’esistente traffico marittimo.
A nostro avviso, considerando la movimentazione di metaniere che un impianto di rigassificazione comporta, risulta difficile pensare che – in un Golfo piccolo e stretto come il nostro – non vi possano essere ripercussioni sul traffico delle navi merci e delle petroliere, per non parlare delle navi da crociera, dei traghetti e di tutte le attività diportistiche private. Tale considerazione viene fatta soprattutto in considerazione dell’elevato sistema di sicurezza che la movimentazione delle metaniere impone, sia durante il loro viaggio, sia durante la loro permanenza all’attracco dell’impianto, che prevede, tra le altre cose, distanze minime non indifferenti da mantenere nei loro confronti.
Riguardo specificatamente alla sicurezza, non sono note le possibili dinamiche e le possibili conseguenze di una fuoriuscita di GNL: ciò impone ai progettisti delle semplificazioni e delle ipotesi puramente teoriche e che, in quanto tali, non possono certo essere esaustive, pur affermando gli stessi che gli impianti di rigassificazione sarebbero (il condizionale è d’obbligo) più sicuri delle centrali nucleari. Ammesso e non concesso che ciò sia vero, va considerato non solo il terminal nel suo normale ciclo di funzionamento, ma tutto l’apparato circostante, con particolare riferimento alle manovre di attracco delle navi metaniere. In questo senso, se un terminal in mezzo al mare può dare sufficienti garanzie in caso di eventi catastrofici, lo stesso non si può certo dire per uno a terra, soprattutto se installato in una zona non adeguatamente lontana da centri abitati o da altri siti industriali.
MARCO TORBIANELLI

venerdì 20 febbraio 2009

SPECIALE RIGASSIFICATORI. QUARTA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)




Nelle puntate precedenti abbiamo descritto sommariamente le caratteristiche principali dei due impianti di rigassificazione del Friuli-Venezia Giulia progettati dalle società spagnole Endesa e Gas Natural. Oggi intendiamo effettuare alcune valutazioni sul mercato del gas e sulla reale necessità della costruzione di siffatti impianti.
Le zone di ricerca e produzione italiana di idrocarburi, petrolio e gas sono localizzate prevalentemente in Val Padana, nel Mare Adriatico, nel Mar Ionio, nell’Appennino Meridionale ed in Sicilia. Il costante calo della produzione, dovuto sia allo sfruttamento delle risorse, sia al calo degli investimenti per difficoltà autorizzative, ambientali e di accettabilità sociale delle attività, hanno aumentato la quota di importazione.
Da fonti ufficiali ENI si apprende che nell’anno 2007 la domanda di gas in Italia è stata di circa 85 miliardi di m3, coperti per l’87% dalle importazioni, per l’11% dalla produzione nazionale e per il 2% dall’utilizzo delle scorte.
Attualmente il principale fornitore di gas naturale per l’Italia è l’Algeria (21,4 Miliardi di m3 pari al 28,9%), seguita dalla Russia (19,7 Miliardi di m3 pari al 26,6%), dalla Libia (8 Miliardi di m3 pari al 10,8%), dall’Olanda (6,9 Miliardi di m3 pari al 9,4%) e dalla Norvegia (4,8 Miliardi di m3 pari 6,5%). Algeria e Russia coprono all’incirca il 55% del totale delle importazioni, con un’assoluta preminenza (94%) delle importazioni via gasdotto rispetto a quelle di GNL.
Leggendo i dati pubblicati dall’Unione Petrolifera e dell’ENI, negli ultimi anni gli usi civili ed industriali hanno risentito di un decremento dell’utilizzo del gas, a favore di un aumento del settore elettrico; per gli anni a venire si prevede un tasso medio di crescita annuo della domanda pari al 2% ed in base a tali previsioni la domanda di gas in Italia dovrebbe attestarsi sui 93,2 miliardi di m3 nel 2011 per raggiungere i 111,2 nel 2020, proprio sotto la spinta degli incrementi dell’utilizzo del gas nella produzione di energia elettrica. Unione Petrolifera prevede che già dal 2013 il gas diventerà la principale fonte energetica del nostro Paese, mentre nel 2020, complice anche l’aumento della produzione di energia da fonti rinnovabili, dovrebbe avvenire lo storico “sorpasso” del gas sul petrolio.
Risultando quindi chiara l’imprescindibile necessità del gas nel nostro sistema energetico, verrebbe da pensare che tale sia anche la costruzione di impianti di rigassificazione per diminuire la dipendenza dalle importazioni via gasdotto, aprendosi quindi maggiormente alle importazioni via gasiera, andando direttamente ad acquistarlo da tutti i Paesi produttori, non solo Russia e Algeria: l’idea è che aumentando la domanda in funzione di una maggior diversificazione dell’offerta, il prezzo possa diminuire. Naturalmente i conti vanno fatti alla fine, ovverosia se i costi di liquefazione, trasporto via mare e rigassificazione siano inferiori al costo dell’importazione diretta via gasdotto. A tal proposito vanno anche considerati gli accordi trentennali di fornitura stipulati nel 2006 dal Governo proprio con i nostri maggiori fornitori, Russia e Algeria, uniti al fatto che la “vita” di un impianto di rigassificazione è proprio di circa trent’anni.
La diversificazione delle importazioni va però valutata in base alla reale disponibilità di gas, magari verificando l’effettiva produzione europea: così facendo ci sia accorgerebbe ad esempio che i rigassificatori spagnoli funzionano a metà della loro capacità produttiva perché non c’è sul mercato abbastanza gas da acquistare. Naturalmente anche in questo ambito l’Italia ha saputo distinguersi: la delibera n°178/2005 dell’Autorità Nazionale per l’Energia stabilisce che lo Stato rimborserà i gestori degli impianti di rigassificazione qualora essi producano poco per mancanza di metano da rigassificare, annullando di fatto il rischio di impresa e favorendo le banche che, essendo lo Stato garante, pur in un periodo di crisi non avranno difficoltà a finanziare queste opere.
Un’ultima considerazione ci porta a valutare il progetto della “Gaz de France” di una nave con rigassificatore a bordo (apparso su “Il Sole 24 ore” del 17/11/2006), in grado cioè di trasportare il gas liquido a bordo, rigassificarlo a bordo una volta giunto a destinazione per immetterlo direttamente nella rete di distribuzione tramite degli attacchi sottomarini: questo rende di fatto superato il concetto di impianto fisso di rigassificazione.
MARCO TORBIANELLI

SPECIALE RIGASSIFICATORI. QUARTA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)




Nelle puntate precedenti abbiamo descritto sommariamente le caratteristiche principali dei due impianti di rigassificazione del Friuli-Venezia Giulia progettati dalle società spagnole Endesa e Gas Natural. Oggi intendiamo effettuare alcune valutazioni sul mercato del gas e sulla reale necessità della costruzione di siffatti impianti.
Le zone di ricerca e produzione italiana di idrocarburi, petrolio e gas sono localizzate prevalentemente in Val Padana, nel Mare Adriatico, nel Mar Ionio, nell’Appennino Meridionale ed in Sicilia. Il costante calo della produzione, dovuto sia allo sfruttamento delle risorse, sia al calo degli investimenti per difficoltà autorizzative, ambientali e di accettabilità sociale delle attività, hanno aumentato la quota di importazione.
Da fonti ufficiali ENI si apprende che nell’anno 2007 la domanda di gas in Italia è stata di circa 85 miliardi di m3, coperti per l’87% dalle importazioni, per l’11% dalla produzione nazionale e per il 2% dall’utilizzo delle scorte.
Attualmente il principale fornitore di gas naturale per l’Italia è l’Algeria (21,4 Miliardi di m3 pari al 28,9%), seguita dalla Russia (19,7 Miliardi di m3 pari al 26,6%), dalla Libia (8 Miliardi di m3 pari al 10,8%), dall’Olanda (6,9 Miliardi di m3 pari al 9,4%) e dalla Norvegia (4,8 Miliardi di m3 pari 6,5%). Algeria e Russia coprono all’incirca il 55% del totale delle importazioni, con un’assoluta preminenza (94%) delle importazioni via gasdotto rispetto a quelle di GNL.
Leggendo i dati pubblicati dall’Unione Petrolifera e dell’ENI, negli ultimi anni gli usi civili ed industriali hanno risentito di un decremento dell’utilizzo del gas, a favore di un aumento del settore elettrico; per gli anni a venire si prevede un tasso medio di crescita annuo della domanda pari al 2% ed in base a tali previsioni la domanda di gas in Italia dovrebbe attestarsi sui 93,2 miliardi di m3 nel 2011 per raggiungere i 111,2 nel 2020, proprio sotto la spinta degli incrementi dell’utilizzo del gas nella produzione di energia elettrica. Unione Petrolifera prevede che già dal 2013 il gas diventerà la principale fonte energetica del nostro Paese, mentre nel 2020, complice anche l’aumento della produzione di energia da fonti rinnovabili, dovrebbe avvenire lo storico “sorpasso” del gas sul petrolio.
Risultando quindi chiara l’imprescindibile necessità del gas nel nostro sistema energetico, verrebbe da pensare che tale sia anche la costruzione di impianti di rigassificazione per diminuire la dipendenza dalle importazioni via gasdotto, aprendosi quindi maggiormente alle importazioni via gasiera, andando direttamente ad acquistarlo da tutti i Paesi produttori, non solo Russia e Algeria: l’idea è che aumentando la domanda in funzione di una maggior diversificazione dell’offerta, il prezzo possa diminuire. Naturalmente i conti vanno fatti alla fine, ovverosia se i costi di liquefazione, trasporto via mare e rigassificazione siano inferiori al costo dell’importazione diretta via gasdotto. A tal proposito vanno anche considerati gli accordi trentennali di fornitura stipulati nel 2006 dal Governo proprio con i nostri maggiori fornitori, Russia e Algeria, uniti al fatto che la “vita” di un impianto di rigassificazione è proprio di circa trent’anni.
La diversificazione delle importazioni va però valutata in base alla reale disponibilità di gas, magari verificando l’effettiva produzione europea: così facendo ci sia accorgerebbe ad esempio che i rigassificatori spagnoli funzionano a metà della loro capacità produttiva perché non c’è sul mercato abbastanza gas da acquistare. Naturalmente anche in questo ambito l’Italia ha saputo distinguersi: la delibera n°178/2005 dell’Autorità Nazionale per l’Energia stabilisce che lo Stato rimborserà i gestori degli impianti di rigassificazione qualora essi producano poco per mancanza di metano da rigassificare, annullando di fatto il rischio di impresa e favorendo le banche che, essendo lo Stato garante, pur in un periodo di crisi non avranno difficoltà a finanziare queste opere.
Un’ultima considerazione ci porta a valutare il progetto della “Gaz de France” di una nave con rigassificatore a bordo (apparso su “Il Sole 24 ore” del 17/11/2006), in grado cioè di trasportare il gas liquido a bordo, rigassificarlo a bordo una volta giunto a destinazione per immetterlo direttamente nella rete di distribuzione tramite degli attacchi sottomarini: questo rende di fatto superato il concetto di impianto fisso di rigassificazione.
MARCO TORBIANELLI

SPECIALE RIGASSIFICATORI. QUARTA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)




Nelle puntate precedenti abbiamo descritto sommariamente le caratteristiche principali dei due impianti di rigassificazione del Friuli-Venezia Giulia progettati dalle società spagnole Endesa e Gas Natural. Oggi intendiamo effettuare alcune valutazioni sul mercato del gas e sulla reale necessità della costruzione di siffatti impianti.
Le zone di ricerca e produzione italiana di idrocarburi, petrolio e gas sono localizzate prevalentemente in Val Padana, nel Mare Adriatico, nel Mar Ionio, nell’Appennino Meridionale ed in Sicilia. Il costante calo della produzione, dovuto sia allo sfruttamento delle risorse, sia al calo degli investimenti per difficoltà autorizzative, ambientali e di accettabilità sociale delle attività, hanno aumentato la quota di importazione.
Da fonti ufficiali ENI si apprende che nell’anno 2007 la domanda di gas in Italia è stata di circa 85 miliardi di m3, coperti per l’87% dalle importazioni, per l’11% dalla produzione nazionale e per il 2% dall’utilizzo delle scorte.
Attualmente il principale fornitore di gas naturale per l’Italia è l’Algeria (21,4 Miliardi di m3 pari al 28,9%), seguita dalla Russia (19,7 Miliardi di m3 pari al 26,6%), dalla Libia (8 Miliardi di m3 pari al 10,8%), dall’Olanda (6,9 Miliardi di m3 pari al 9,4%) e dalla Norvegia (4,8 Miliardi di m3 pari 6,5%). Algeria e Russia coprono all’incirca il 55% del totale delle importazioni, con un’assoluta preminenza (94%) delle importazioni via gasdotto rispetto a quelle di GNL.
Leggendo i dati pubblicati dall’Unione Petrolifera e dell’ENI, negli ultimi anni gli usi civili ed industriali hanno risentito di un decremento dell’utilizzo del gas, a favore di un aumento del settore elettrico; per gli anni a venire si prevede un tasso medio di crescita annuo della domanda pari al 2% ed in base a tali previsioni la domanda di gas in Italia dovrebbe attestarsi sui 93,2 miliardi di m3 nel 2011 per raggiungere i 111,2 nel 2020, proprio sotto la spinta degli incrementi dell’utilizzo del gas nella produzione di energia elettrica. Unione Petrolifera prevede che già dal 2013 il gas diventerà la principale fonte energetica del nostro Paese, mentre nel 2020, complice anche l’aumento della produzione di energia da fonti rinnovabili, dovrebbe avvenire lo storico “sorpasso” del gas sul petrolio.
Risultando quindi chiara l’imprescindibile necessità del gas nel nostro sistema energetico, verrebbe da pensare che tale sia anche la costruzione di impianti di rigassificazione per diminuire la dipendenza dalle importazioni via gasdotto, aprendosi quindi maggiormente alle importazioni via gasiera, andando direttamente ad acquistarlo da tutti i Paesi produttori, non solo Russia e Algeria: l’idea è che aumentando la domanda in funzione di una maggior diversificazione dell’offerta, il prezzo possa diminuire. Naturalmente i conti vanno fatti alla fine, ovverosia se i costi di liquefazione, trasporto via mare e rigassificazione siano inferiori al costo dell’importazione diretta via gasdotto. A tal proposito vanno anche considerati gli accordi trentennali di fornitura stipulati nel 2006 dal Governo proprio con i nostri maggiori fornitori, Russia e Algeria, uniti al fatto che la “vita” di un impianto di rigassificazione è proprio di circa trent’anni.
La diversificazione delle importazioni va però valutata in base alla reale disponibilità di gas, magari verificando l’effettiva produzione europea: così facendo ci sia accorgerebbe ad esempio che i rigassificatori spagnoli funzionano a metà della loro capacità produttiva perché non c’è sul mercato abbastanza gas da acquistare. Naturalmente anche in questo ambito l’Italia ha saputo distinguersi: la delibera n°178/2005 dell’Autorità Nazionale per l’Energia stabilisce che lo Stato rimborserà i gestori degli impianti di rigassificazione qualora essi producano poco per mancanza di metano da rigassificare, annullando di fatto il rischio di impresa e favorendo le banche che, essendo lo Stato garante, pur in un periodo di crisi non avranno difficoltà a finanziare queste opere.
Un’ultima considerazione ci porta a valutare il progetto della “Gaz de France” di una nave con rigassificatore a bordo (apparso su “Il Sole 24 ore” del 17/11/2006), in grado cioè di trasportare il gas liquido a bordo, rigassificarlo a bordo una volta giunto a destinazione per immetterlo direttamente nella rete di distribuzione tramite degli attacchi sottomarini: questo rende di fatto superato il concetto di impianto fisso di rigassificazione.
MARCO TORBIANELLI

martedì 17 febbraio 2009

SPECIALE RIGASSIFICATORI. TERZA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)



La nostra terza puntata è dedicata al progetto del rigassificatore on-shore da realizzarsi a Trieste.
Il progetto per la realizzazione di questo impianto è stato presentato dalla società “gas Natural Internacional SDG SA”, con sede in Spagna, che fa capo al “Gruppo gas Natural SDG SA”, nato nel 1992 dalla fusione di Catalana de gas, Gas Madrid e Repsol Butano. Dal 2002 “Gas Natural” è presente anche in Italia dove ha con l’acquisto di tre società di distribuzione operanti nel Sud (Gruppo Brancato, Nettis e Smedigas) ha creato la “Gas Natural Vendite Italia – GNVI” che conta attualmente su un bacino di 280.000 clienti.
La società “Gas Natural” ha contratti di fornitura di GNL con Algeria, Libia, Nigeria, Oman, Qatar, Trinidad e Tobago e possiede una propria flotta di 10 navi gasiere (di cui 3 con capacità operativa superiore a 100.000 m3) per una capacità totale di 785.000 m3.
L’esatta localizzazione dell’impianto progettato è individuabile nel punto di coordinate Latitudine 45° 39’ N e Longitudine 13° 46’ E, e si trova più precisamente nella zona denominata “Ex-Esso” nel Comune di Trieste: tale zona confina a nord con la grande viabilità, a sud con il mare, a est con il termovalorizzatore ACEGAS e a ovest con il terminal dell’oleodotto transalpino della S.I.O.T.
L’impianto, progettato per produrre circa 8 miliardi di m3/anno di gas– come per il terminal in mezzo al Golfo –, sarà costituito da un terminal marino di dimensioni di 1242 m2 sviluppati in tre piani con in particolare due serbatoi per lo stoccaggio del GNL di raggio esterno pari a 40 m, di altezza totale di circa 50 m e con portata di 140.000 m3 ciascuno e da un terminale di attracco formato da un pontile su pali, lungo complessivamente 409 m (suddiviso in tre tratti rettilinei con direzioni diverse) per l’accosto e l’ormeggio delle navi metaniere, aventi capacità compresa tra 40.000 e 140.000 m3 con un pescaggio massimo di circa 12 m, di cui si prevede un traffico medio annuo di 110 unità.
Da notare che nel primo progetto presentato alcuna indicazione in merito alla condotta metaniera di collegamento alla rete nazionale, senza dunque individuarne alcun percorso, marino o terrestre. A seguito della richiesta di integrazione presentata dagli enti competenti, la società proponente ha previsto la posa di una condotta sottomarina fino alla zona di Fossalon (GO), da dove poi sostanzialmente ricalcare il medesimo tratto previsto dall’altro progetto di rigassificatore in mezzo al Golfo di Trieste.

SPECIALE RIGASSIFICATORI. TERZA PARTE (SERVIZIO di MARCO TORBIANELLI)



La nostra terza puntata è dedicata al progetto del rigassificatore on-shore da realizzarsi a Trieste.
Il progetto per la realizzazione di questo impianto è stato presentato dalla società “gas Natural Internacional SDG SA”, con sede in Spagna, che fa capo al “Gruppo gas Natural SDG SA”, nato nel 1992 dalla fusione di Catalana de gas, Gas Madrid e Repsol Butano. Dal 2002 “Gas Natural” è presente anche in Italia dove ha con l’acquisto di tre società di distribuzione operanti nel Sud (Gruppo Brancato, Nettis e Smedigas) ha creato la “Gas Natural Vendite Italia – GNVI” che conta attualmente su un bacino di 280.000 clienti.
La società “Gas Natural” ha contratti di fornitura di GNL con Algeria, Libia, Nigeria, Oman, Qatar, Trinidad e Tobago e possiede una propria flotta di 10 navi gasiere (di cui 3 con capacità operativa superiore a 100.000 m3) per una capacità totale di 785.000 m3.
L’esatta localizzazione dell’impianto progettato è individuabile nel punto di coordinate Latitudine 45° 39’ N e Longitudine 13° 46’ E, e si trova più precisamente nella zona denominata “Ex-Esso” nel Comune di Trieste: tale zona confina a nord con la grande viabilità, a sud con il mare, a est con il termovalorizzatore ACEGAS e a ovest con il terminal dell’oleodotto transalpino della S.I.O.T.
L’impianto, progettato per produrre circa 8 miliardi di m3/anno di gas– come per il terminal in mezzo al Golfo –, sarà costituito da un terminal marino di dimensioni di 1242 m2 sviluppati in tre piani con in particolare due serbatoi per lo stoccaggio del GNL di raggio esterno pari a 40 m, di altezza totale di circa 50 m e con portata di 140.000 m3 ciascuno e da un terminale di attracco formato da un pontile su pali, lungo complessivamente 409 m (suddiviso in tre tratti rettilinei con direzioni diverse) per l’accosto e l’ormeggio delle navi metaniere, aventi capacità compresa tra 40.000 e 140.000 m3 con un pescaggio massimo di circa 12 m, di cui si prevede un traffico medio annuo di 110 unità.
Da notare che nel primo progetto presentato alcuna indicazione in merito alla condotta metaniera di collegamento alla rete nazionale, senza dunque individuarne alcun percorso, marino o terrestre. A seguito della richiesta di integrazione presentata dagli enti competenti, la società proponente ha previsto la posa di una condotta sottomarina fino alla zona di Fossalon (GO), da dove poi sostanzialmente ricalcare il medesimo tratto previsto dall’altro progetto di rigassificatore in mezzo al Golfo di Trieste.